24 gennaio 2003

Sala Auditorium – Consiglio Regionale della Lombardia

Via F. Filzi, 29 - Milano

SEMINARIO

SULLE POLITICHE CULTURALI

DELLA REGIONE LOMBARDIA

NELLA VII LEGISLATURA

SINTESI DEGLI INTERVENTI

 

MARIACHIARA BISOGNI

ROBERTO ESCOBAR

FRANCO FABBRI

FIORENZO GRASSI*

FILIPPO DEL CORNO

LUIGI MAHONY

EGIDIO BERTAZZONI

DANIELA BENELLI

SISTO DALLA PALMA

MARILENA ADAMO*

MONICA GATTINI BERNABO’*

GIOVANNI CESAREO

FRANCESCO D’AGOSTINO

EMILIA DE BIASI*

ANTONIO SACCHI*

FULVIO PAPI (contributo)

*non rivisto dall’autore

Nota introduttiva di Pierangelo Ferrari, capogruppo regionale DS          [ torna all’indice]

Accadono cose in Lombardia che meritano una preoccupata attenzione. Accadono in regione e in Regione. Sul territorio, tra le pieghe della nuova morfologia sociale, delle mode, del consumo culturale. Ma anche dentro le istituzioni, i modelli di governo, il profilo dei parvenus approdati alle leve del potere.

Una buona finestra da cui osservare il nuovo che avanza è quella aperta sulle politiche culturali della Regione Lombardia. Davvero si può usare, in questo caso, la logora parafrasi secondo cui il sonno della Regione genera mostri.

Quando il Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo ottiene dalla Regione un finanziamento sensibilmente minore di quello erogato a una sconosciuta Associazione Samonios, per la celebrazione del “Capodanno celtico” avviene una rottura radicale con una tradizione bicentenaria di apertura culturale e di laicità, inaugurata dai fratelli Verri e dal Beccaria, passata attraverso i punti alti di Cattaneo e del Politecnico, che solo il fascismo era riuscito a interrompere e a spezzare. Milano e la Lombardia avevano un primato in Europa, erano l’immagine più cosmopolita e liberale del nostro Paese, erano la Scala e il Piccolo Teatro, le Fondazioni culturali e la Triennale, i beni culturali e i musei.

Erano. Bisogna lanciare un grido di allarme, senza timore di essere fraintesi, e assumendo il rischio di apparire enfatici. Certo, non mancano in Lombardia le buone notizie sul versante della cultura promossa dalle istituzioni pubbliche. Ma è la Regione che è venuta a mancare negli ultimi anni. E’ in Regione che si assiste alla deriva pseudo etnica e localistica di un assessorato (con l’arrivo dei leghisti, ribattezzato “alle culture, identità e autonomie locali”) utilizzato per finanziare concorsi di poesia dialettale, rievocazioni storiche in costume (sul giuramento di Pontida, vedi un po’) e ricerche sul “revival celtico in Lombardia”.

Intendiamoci, i leghisti occupano uno spazio lasciato libero da noi, perché la cultura laica ha troppo a lungo distratto la sua attenzione dalle radici storiche e antropologiche della cultura “bassa”, delle tradizioni popolari. Si è trattato di una colpevole trascuratezza, tanto più se si considera che è un patrimonio che ci appartiene.

L’estensione della storiografia, operata dalla scuola francese delle Annales, oltre i confini della storia politico-militare ha spinto la ricerca nei campi della vita materiale, dei riti collettivi, dell’alimentazione, delle tradizioni orali, dei contesti locali. E’ un patrimonio culturale nostro. A cui appartengono le ricerche sul folklore, sulle canzoni popolari, sul carnevale, sui lavori dei campi e le pratiche di culto. E’ ricerca delle nostre radici, è conquista della consapevolezza del cammino percorso dai nostri padri, che ci mette in condizione di dare un senso alla nostra apertura al mondo, al nostro cosmopolitismo. Liberi e aperti, perché radicati su un territorio e figli di una storia.

Ma che cosa c’entra con tutto ciò la paccottiglia leghista, l’invenzione di fasulle identità nazionali e di grottesche radici celtiche? E che cosa c’entra il localismo con l’identità? La nostra identità è scritta nel cortile del Filarete di Cà Granda e nel Cenacolo di Leonardo non meno che nelle abitudini alimentari o nelle tecniche agricole.

La documentazione sull’assessorato alla cultura che vi è stato consegnata segnala un serio problema e ci richiede qualcosa di più di una puntuale opposizione a questo o a quel provvedimento. Richiede, per dirla con un linguaggio arcaico, una “battaglia delle idee” per combattere la chiusura provincialistica che minaccia la politica culturale della più importante regione del Paese.                                                                   [ torna all’indice]

Maria Chiara Bisogni, consigliera regionale DS                                       [ torna all’indice]

Ringraziamenti. Innanzitutto vi ringrazio molto sentitamente per la vostra partecipazione. Rivolgo i miei ringraziamenti anche a Renato Mannheimer, Gae Aulenti, Fulvio Papi, Vincenzo Consolo e Umberto Eco che ci hanno fatto sapere di essere impossibilitati a partecipare, ma avendo letto la documentazione ci hanno incoraggiato a proseguire in questa iniziativa e nella discussione. Volevo ringraziare anche la nostra collaboratrice Alessandra Camellini che ha raccolto i dati e soprattutto ha avuto tutta l’intelligenza necessaria per leggere ed interpretare le tante delibere dell’Assessore a proposito di legge 9/93, la legge sulla promozione culturale E ringrazio infine Daniela Benelli, che ci ha aiutato a commentare questo complesso di dati.

Diminuzione delle risorse. C’è un primo dato allarmante, che fa da quadro a tutta la situazione, cioè la consistente diminuzione delle risorse messe a disposizione dalla Regione Lombardia nel settore cultura: riduzione che ammonta a ben il 37% rispetto all’ultimo anno della scorsa legislatura, cioè il 1999.

A questa si aggiunge l’affermazione e il privilegio di una nuova area di interesse culturale, che si configura come ricerca e valorizzazione dell’identità locale.

Antagonismo indirizzi storici. L’elemento di preoccupazione che noi intravediamo è che questo filone sorge in antagonismo con indirizzi storicamente acquisiti delle politiche culturali della Regione Lombardia. E questo antagonismo è sicuramente molto preoccupante, non soltanto perché si tolgono risorse a soggetti e operatori culturali importanti, ma anche perché si determina una frizione con l’inclinazione europeista ed universalistica delle istituzioni culturali milanesi e lombarde.

1. Esclusione e autonomia. Gli effetti sono molto chiari: c’è un’esclusione dai finanziamenti degli operatori storici della cultura, particolarmente di quella milanese; e c’è il premio alla rimodulazione delle tematiche sulle linee programmatiche della Regione, il che è lesivo di un punto fondamentale della cultura, cioè la sua autonomia.

2. Mancato trasferimento di funzioni e risorse. C’è poi da rilevare il mancato trasferimento delle risorse agli enti locali. Abbiamo infatti osservato che progetti culturali di chiaro interesse locale assurgono a interesse regionale quando rientrano nel filone della programmazione regionale delle identità, delle tradizioni e del localismo.

3. Devoluzione scolastica. Vorremmo poi suggerirvi di prendere in considerazione un’espansione della progettualità dell’Assessorato alla Cultura, che vediamo percorrere due vie particolarmente importanti: una è la devoluzione scolastica, l’altra riguarda la programmazione della RAI regionale, in particolare la RAI di Milano.

Qual è il complesso del disegno che si persegue? Intanto una particolare attenzione al mito delle origini, al folklore, all’identità locale, al dialetto, che si traduce nella costituzione di associazioni ad hoc, nell’interrelazione tra queste e in un finanziamento continuo e consistente, e che è finalizzata a preparare i futuri programmi scolastici di competenza regionale, di cui al progetto di devoluzione.

Manuali di scuola padana. L’Associazione News di Bergamo, ad esempio, è stata incaricata di progettare undici volumetti sulle tradizioni locali e le culture locali, da distribuire nelle scuole dell’obbligo, e su cui avviare anche la formazione degli insegnanti.

Nella delibera relativa al progetto dell’Associazione bergamasca leggiamo un’interessante definizione del concetto di cultura locale: “si tratta di una cultura (…) alla quale va riconosciuto il diritto di esprimersi, di rendersi visibile, di rinnovarsi nel continuare a produrre idee e stimolare energie ed iniziative, senza dimenticare che se una cultura locale perde le sue connotazioni e diventa più povera essa contribuisce senz’altro ad impoverire anche la cosiddetta” – lasciatemi dire che la cosa più impressionante è l’aggettivo - “la cosiddetta cultura generale. Quest’ultima, infatti, se non è in grado di nutrirsi e di vivere dei contributi vitali di ogni cultura locale rischia davvero di diventare il pauroso Leviatano del Terzo Millennio che molti iniziano già a vedere comparire e anche a temere”.

4. Rai regionale. Per quanto riguarda la Rai regionale, invece, il progetto per il momento è sommario. “Il TG delle culture, delle arti e degli spettacoli è un passo importante per tutelare la nostra identità” ha dichiarato Albertoni il 23 gennaio scorso.

E sembrerebbe che questo complesso di ipotesi culturali dovrebbe diventare l’ossatura di un’operazione culturale da trasferire a livello delle Rai regionali, con un punto centrale di produzione che è la Rai di Milano. Io penso che si tratti di un’operazione politica: bisogna vedere che gambe ha e quanto fiato ha. Certamente ha degli appoggi non indifferenti in Lombardia in ambiti su cui noi dovremmo indagare: perché io sento fortemente l’esigenza di una risposta alta della cultura sulla questione della cultura popolare.

Progetto di legge. Venendo molto rapidamente al progetto di legge, ci sembra che questo sia un pendant non indifferente di questa operazione perché, all’insegna di un obiettivo che tutti condividono e che è la semplificazione, il PdL vuole abolire ben 23 leggi di settore; in contemporanea elimina qualsiasi ruolo del Consiglio Regionale e delle Consulte degli operatori culturali. Quello che impressiona è che non ci sono neppure gli obiettivi e i principi, e che tutto si riduce ad un unico capitolo di bilancio che serve ad assicurare piena discrezionalità all’Assessore. Su questo punto noi intendiamo muoverci, anche perché c’è una responsabilità diretta del Consiglio sulla legislazione e per quanto ci riguarda stiamo già sviluppando una relazione con le altre opposizioni e anche con parti della maggioranza con cui crediamo di dover agire sul piano della ragionevolezza.

Proposta di legge partecipata. La legge che dobbiamo produrre, che vogliamo opporre al PdL della Giunta, deve essere a nostro giudizio una legge partecipata. Chiederemo in Commissione una grande consultazione, chiederemo che si costruisca un gruppo di lavoro che raccolga i risultati di questa consultazione; dovrà essere una legge chiara nei principi, negli obiettivi; dovrà essere una legge che assegna alla Regione Lombardia chiari compiti per quanto riguarda le politiche culturali di interesse regionale e soprattutto un ruolo di indirizzo e programmazione ma con forte delega alle Province, perché è a quel livello che si può meglio agire per sviluppare un rapporto diretto serio sulle politiche culturali più consone all’insieme della Lombardia e ai rispettivi territori. E pensiamo anche che sarà opportuno stendere una nostra traccia di ragionamento che avremo piacere di confrontare con voi e su cui vi chiediamo anche sinceramente un aiuto, essendo la materia molto delicata.

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Roberto Escobar, docente di filosofia politica all'Università Statale di Milano e critico cinematografico                                                                                         [ torna all’indice]

Clientelismo e prepotenza. Leggendo il documento di analisi delle politiche culturali lombarde e ascoltando la relazione introduttiva di Maria Chiara Bisogni, ho visto chiaramente due obbiettivi che si cercano di perseguire, e che non hanno alcuna dimensione né ideologica, né culturale, né politica, ma prettamente operativa: il primo è il clientelismo, il secondo è la prepotenza “maggioritaria”.

Si tratta di osservazioni forse banali: queste tentazioni, il clientelismo e una certa dose di prepotenza, sono certo tipiche di ogni momento di potere costituito, e al massimo si può tentare di arginarle. E a questo scopo sono essenziali quegli strumenti di controllo – commissioni e comitati culturalmente rappresentativi – che invece la linea politica dell’Assessore tende a esautorare.

Localismo. Un’osservazione meno banale che nasce dalla riflessione sulla linea politica culturale della nostra Regione riguarda invece il localismo.

Io sono convinto che il localismo non è la cultura popolare. Il localismo è proprio la negazione caricaturale, e talvolta tragica, della cultura popolare. E il localismo che emerge dall’analisi dell’attività dell’Assessorato non manifesta solo una profonda volgarità personale e una profonda ignoranza da parte di chi lo persegue. Certo, c’è questa componente. Ma c’è anche un progetto politico consapevole, un progetto politico di cui sono protagonisti attivi i leghisti, da almeno quindici anni, ma che risulta trainante per tutta la destra.

Chiusura degli immaginari. In che cosa consiste questa linea politica, che è appunto una linea politica in senso pieno, che è cioè un progetto politico, consapevole e perseguito consapevolmente? Consiste nel ridurre ogni ambito, nel ridurre ogni confine, ogni prospettiva all’interno di una dimensione che la paura riduce a “luogo comune”, angusto e chiuso. La scelta politica e culturale è questa: si privilegia la chiusura, si privilegia la paura, il localismo non conta perché portA con sé i valori della cultura popolare, ma in quanto consente di chiudere gli immaginari.

L’esempio dei dialetti è significativo: chi conosce il dialetto milanese e il dialetto lombardo, sa che la Lega non sta facendo un vero lavoro di recupero. Anzi, accade spesso di sentire esponenti leghisti fare strame di un dialetto che parlano senza conoscerlo, riducendolo a un italiano dialettizzato e, appunto, miseramente localistico. Quindi non c’è, in questa linea politica, una sincera volontà di valorizzare le tradizioni. C’è invece il disegno politico-culturale consapevole di chiudere gli immaginari.

Elementi totalitari. Per sintetizzare, in tale progetto c’è l’idea - e c’è anche la pratica - di diffondere e utilizzare elementi dell’immaginario politico totalitario, di destra radicale. Di questo la politica e la cultura italiana non si sono accorte. Meglio ancora: di questo non si sono volute accorgere per ben più d’un decennio, in parte nell’illusione di potersi “alleare” con il leghismo montante, in parte per una costante e perniciosa vocazione a immaginare il mondo migliore di quello che invece, purtroppo, è. Ora, per quanto con ritardo colpevole, è il momento di riconoscere la natura tendenzialmente totalitaria del progetto politico leghista. Un progetto che, ripeto, è il solo che oggi abbia davvero la destra, e che ormai s’è fatto egemone in tutta quell’area politica.

Una proposta culturale. È preoccupante, che invece, da parte degli altri, da parte del centrosinistra, non ci sia alcun visibile, unitario, sensato, efficace progetto culturale politico originale. Abbiamo tante idee: ma esiste un progetto che possa dirsi riconoscibile? All’opinione pubblica – o almeno a quel che ne resta, dopo i disastri prodotti dalla destra – giunge per così dire almeno notizia di un nostro progetto non solo politico, non solo culturale, ma anche immediatamente sociale? No, purtroppo. E ciò accade solo in parte perché la destra “occupa” e monopolizza l’informazione di massa, privata e pubblica. Per un’altra parte, non trascurabile, ciò accade a causa di una assenza politico-culturale del centrosinistra. A questa assenza si deve porre rimedio. Questa assenza va capovolta in una presenza originale e coraggiosa. Allo scopo non ci mancano le idee, ci mancano gli strumenti organizzativi e politici.

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Franco Fabbri, docente di “Musiche contemporanee e media” all’Università di Torino, giornalista de l’Unità                                                               [ torna all’indice]

Culture tradizionali. È stato già sottolineato che la questione non è lo studio e il riferimento alle culture tradizionali. Questo è sempre stato un patrimonio della sinistra. Ricordo in particolare che in Regione c’è uno storico ufficio per le culture tradizionali - a suo tempo fondato dietro istigazione di Roberto Leydi e poi di Bruno Pianta - che ha avuto un ruolo importantissimo nello studio delle tradizioni popolari lombarde. Fra l’altro, nella documentazione che ci avete distribuito, in particolare nell’elenco dei finanziamenti che fanno riferimento alla questione identitaria, trovo il Carnevale di Bagolino: vorrei ricordarvi che lo studio delle tradizioni del Carnevale di Bagolino è stato uno dei fiori all’occhiello di Leydi e di questo ufficio.

Istituto de Martino. Ma aggiungerei dell’altro per solleticare la vostra memoria: avevamo a Milano l’Istituto de Martino (con le Edizioni del Gallo e i Dischi del Sole), importantissima istituzione che è stato il centro, il cuore degli studi etnomusicologici, antropologici in Italia per lungo tempo; e abbiamo lasciato che finisse a Sesto Fiorentino, perché nessuno - quando l’Istituto è stato in crisi - ha trovato uno straccio di soldo per mantenerlo in vita qui a Milano.

Professionisti e dilettanti. Quindi lo scandalo non è che ci si occupi di queste tradizioni, perfino entro certi limiti degli scongiuri e relative formule, perché sono l’oggetto dell’antropologia, dell’etnologia, degli studi nel campo che qui mi interessa, quello etnomusicologico. La questione è che, invece di essere affidati a chi di queste cose si è sempre occupato e ha rapporti scientifici a livello internazionale e ha una linea culturale per occuparsi di queste cose non contro la “cosiddetta cultura generale” ma nel quadro della più ampia cultura generale, questi studi vengano affidati a dei dilettanti e a dei ladroni.

Tradizione culturale. Credo però che noi faremmo un errore se, per combattere tutto ciò, ci contrapponessimo allo studio delle culture popolari: anzi, sarebbe il momento di riprendere con grande forza questo come uno degli aspetti centrali della tradizione culturale della sinistra.

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Fiorenzo Grassi, direttore organizzativo di Teatridithalia, vicepresidente vicario dell’Agis, direttore artistico del teatro Fraschini di Pavia                       [ torna all’indice]

Spettacolo. Io lavoro nello spettacolo e vorrei dare agli amici del gruppo consiliare DS degli elementi, delle riflessioni, per fare poi delle valutazioni sui temi dello spettacolo, che in questo momento sono particolarmente all’ordine del giorno nella nostra Regione e nel nostro Paese.

Sono reduce da un convegno che si è svolto ieri (23 gennaio, N.d.R.) al teatro Valle di Roma, organizzato dalla Regione Lazio. Il convegno era appunto sulle politiche da attivare tra lo Stato e le Regioni alla luce del Titolo V della Costituzione. Voi sapete che lo Stato e le Regioni sul tema dello spettacolo non si vogliono parlare. Non c’è dialogo, c’è uno scontro molto forte perché le Regioni pretendono - forse anche a buon diritto - che venga loro indicato come sarà ripartito il FUS prima di iniziare qualsiasi colloquio di carattere normativo e di carattere legislativo.

Ripartizione del FUS. Il FUS come sapete è una legge che procura fondi che sarà molto difficile ripartire, perché sarà molto difficile individuare i criteri di questa ripartizione. La sola Lombardia oggi porta a casa una fetta di 180 miliardi di lire di questo FUS, che è di 1000 miliardi. Ma voi credete davvero che la Regione Calabria, la Regione Sicilia, il Friuli Venezia-Giulia o la Toscana ci permetteranno di portare a casa ancora 180 miliardi? Secondo me va fatta una riflessione molto approfondita su questo tema. Siamo arrivati a questo incontro forti di un documento che le Regioni avevano sottoscritto il giorno prima, fortunatamente, dove accettano finalmente di ragionare in termini di materia concorrente. Il convegno si è chiuso con una riflessione importante e anche un impegno importante dell’Assessore Ciaramelletti del Lazio - Assessore espresso da Alleanza Nazionale - che ha chiuso dicendo: “Non sarà la suddivisione del FUS che ci impedirà di lavorare tenendo presente i bisogni del mondo dello spettacolo e lavorando con il mondo dello spettacolo. Non credo che le Regioni debbano accanirsi sulla ripartizione del FUS: se la ripartizione del FUS diventa un effettivo ostacolo alla creazione di una buona legge, noi rinunciamo alla ripartizione del FUS. Troveremo altri meccanismi”.

Tavoli e progetti. Ma veniamo a quelli che sono i temi più scottanti nella nostra Regione. Siamo reduci da un paio di incontri che la Regione ha chiesto all’AGIS di organizzare: il più importante è un tavolo che si è tenuto a Palazzo Bagatti-Valsecchi il 28 novembre scorso, che siamo stati invitati a costruire - e abbiamo cercato farlo nel modo più saggio possibile - per incominciare a affrontare un argomento che ormai è sul tappeto: la preparazione a ricevere queste competenze, a ricevere queste deleghe attraverso il progetto di legge che Maria Chiara Bisogni ci ha illustrato. Un progetto di legge liberticida, che cancella completamente il mondo della cultura lombardo e attribuisce gli 80 miliardi di budget esclusivamente al libero arbitrio dell’Assessore (e io direi anche, tra parentesi, del suo Direttore Generale, che non ha poche competenze e responsabilità da questo punto di vista). Tutti, ma mi pare che il mondo dello spettacolo con più aggressività, si sono opposti in tutte le sedi possibili ed opportune per cercare di limitare i danni di questo progetto di legge che è andato in Giunta - quindi con il beneplacito di tutta la maggioranza che poi in parte lo ha sconfessato - il 6 di agosto, mentre eravamo quasi tutti in vacanza: se non è un golpe questo! Successivamente abbiamo saputo che il provvedimento era iscritto alla Commissione Cultura e che era addirittura già iscritto in Aula il giorno precedente la convocazione del tavolo del 28 di novembre. Come possono avvenire tutte queste cose senza che la direzione dello spettacolo, senza che l’Assessore sappia?

Piani di riparto. Veniamo al tema dei piani di riparto. I finanziamenti al teatro sono fermi da dieci anni; c’è stata una piccola impennata all’arrivo di Albertoni, che ha procurato 400 milioni di lire al comparto togliendoli al cinema.

Per il resto, questi piani di riparto parlano da soli, soprattutto il riparto della legge 9: se andate a controllare l’elenco delle attività finanziate, vi renderete conto che il danaro viene dato solo ed esclusivamente agli uomini della Lega. Se l’Assessore ha bisogno, per la sua politica culturale, di tornare alle rievocazioni storiche, che sono come lui dice “un portato fondamentale del suo progetto culturale”, le faccia pure ma non le paghi con i soldi che viene a togliere allo spettacolo professionale!

Progetto di legge. Io credo che sul progetto di legge si debba ragionare in due modi separati. Il mondo dello spettacolo ha diritto ad avere un proprio progetto di legge. C’è bisogno di cambiare le leggi 58/75 e 32 del cinema? Benissimo, io non sento questa urgenza somma però benissimo, sono vecchie, il mondo è andato avanti: cambiamole! Cambiamole con il supporto fondamentale del mondo degli operatori. E su questo progetto di legge del mondo dello spettacolo ragioniamo in termini anche di apertura. Il progetto di legge dovrà contenere grandi spazi o spazi adeguati per ciò che si sta affacciando al mondo del teatro: così come siamo stati facilitati noi - a suo tempo - da una politica aperta e dinamica, vogliamo che la politica di oggi sia aperta a chi vuole avvicinare il nostro mestiere, le nostre professioni; e che quindi chi ha bisogno di essere consolidato sia consolidato, ma non sia da ostacolo a chi ancora si deve affacciare. Questo secondo me è un elemento importante e fondamentale per scrivere una pagina nuova, una pagina di regole significative per la cultura lombarda.

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Filippo del Corno, compositore, Presidente dell’Associazione culturale “Sentieri selvaggi”                                                                                            [ torna all’indice]

Modelli europei. Di fronte al progetto culturale della Lega un grosso argomento che dobbiamo considerare e sollevare è quello di armonizzare la nostra politica culturale, il nostro modo di gestire la politica culturale, con quanto accade nel resto d'Europa. L’Europa fornisce dei modelli di gestione davvero interessanti e lungimiranti sul rapporto tra denaro pubblico e produzione culturale. I due grandi modelli sono quello anglosassone-tedesco e quello mediterraneo francese-spagnolo: sono due modelli interessanti, che secondo me dobbiamo studiare per armonizzare la nostra dimensione di interevento del pubblico nei fatti culturali con il resto d'Europa.

Io credo che, di fronte al localismo delle ringhiere di Bagolino, cercare di proporre una visione di più alto respiro che ci permetta di confrontarci in maniera forte con analoghe istituzioni europee sia fondamentale. Si tratta di fare uno studio molto accurato di quelli che sono i meccanismi di regolamentazione del finanziamento pubblico all’arte e alla cultura.

Finanziamento preventivo. Vi vorrei citare un solo esempio, a proposito. Quando mi confronto con i miei colleghi tedeschi, francesi e olandesi, quello che loro non ritengono ammissibile, dal punto di vista di questo rapporto, è che il denaro ci venga erogato sempre e solo a consuntivo. Allora, proviamo a dire che da ora in poi una delle esigenze, anche per armonizzare il nostro sistema culturale con quello degli altri Paesi d'Europa, è che il denaro venga erogato a preventivo. Dopodiché, chi non è stato capace di spendere in maniera corretta restituirà i soldi o andrà incontro alle sanzioni contenute nella legge.

Progetto di legge e contaminazioni. Ho letto il PdL e mi sembra estremamente generico. L’indicazione che viene data è ancora una volta quella di considerare la gestione politica del fatto culturale nella Regione come una cosa che viaggia sempre ed esclusivamente su binari di assoluta e totale separazione.

Non c’è traccia in questo PdL dei meccanismi legislativi che favoriscano le interazioni tra esperienze e prassi artistiche diverse; che favoriscano delle forme di co-produzione di eventi in cui ciascuno metta la sua parte.

E’ molto stimolante il mescolarsi, il contaminarsi di pratiche artistiche; e può anche essere una fonte di grande risparmio, perché quando le forze si mettono insieme certi costi della organizzazione e della amministrazione di eventi culturali vengono abbattuti.

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Luigi Mahony, presidente del Teatro Stabile di Brescia                               [ torna all’indice]

Totalitarismo strisciante. Saluto positivamente questa riunione perché ci dà modo di inserirci in un contesto assai pericoloso: il graduale inserimento di elementi di totalitarismo strisciante, non tradizionale, atipico, che si affermano per mezzo di una catena successiva di paletti che il governo - sia nazionale che regionale – sta ponendo.

Lega e potere. In questo contesto un solo appunto sulla questione della Lega: la Lega è entrata, rispetto agli inizi degli anni Novanta, nei gangli vitali del potere. All’inizio degli anni Novanta, nonostante un gap differente rispetto ad oggi, aveva più consenso elettorale ma zero potere; oggi ha meno consenso elettorale e più potere.

Mi sembra che la Lega stia giocando alla ricostruzione di un consenso minore ma stabile, uno zoccolo duro insomma; e tutta la pratica politica che sta mettendo in atto, in questi ultimi mesi soprattutto, mi sembra che vada in questa direzione.

Terapia d’urto e comunicazione. Diceva Ferrari che oltre alla diagnostica ci serve anche la terapia, che dovrà essere nei limiti delle nostre possibilità una terapia d’urto; che c’è un deficit di comunicazione, di oggettiva possibilità di comunicazione con le varie aree periferiche. Come facciamo a fare arrivare un messaggio di allarme? Questo certo compete al gruppo regionale, innanzitutto, ma è anche un problema nazionale, come ben sappiamo. Sul tema della comunicazione, la strumentazione che abbiamo a disposizione oggi non è più quella degli anni Settanta o degli anni Ottanta: va reinventata, va ristudiata. Va ristudiata anche attraverso riunioni di questo tipo, che non devono essere una tantum ma dovranno essere reiterate per mettere a fuoco più precisamente diverse problematiche.

Battaglia delle idee. Il ruolo della battaglia delle idee e della battaglia politica va a ricollocarsi a un livello alto e più decisivo rispetto al passato, perché assistiamo a un potere di ricatto dei leghisti che sta premiando la loro azione, e non sono riuscito a capire bene quanto noi possiamo incidere - anche attraverso il buon senso della politica tradizionale - dentro la Casa delle Liberta. Si è detto che molti tra di loro esercitano un certo dissenso in forme per ora larvate: bene, come intervenire con dei cunei dentro questa possibile contraddizione è il problema all’ordine del giorno.

Progetto di legge e mani libere. Altrimenti, una volta poi varata una legge come quella che ci è stata proposta, si imporrà un sistema arbitrario. L’Assessore e il suo Direttore Generale avranno le mani libere per avocare a sé un budget gigantesco su cui esercitare il potere di elargizione. Questo campanello d’allarme andava suonato con grande stridore e il suggerimento che noi possiamo dare è innanzitutto quello di bloccare, nel limite del possibile, il progetto così come è stato pensato, e puntare a una diversificazione: io credo ad esempio che, come diceva Grassi, vada fatta una legge specifica sullo spettacolo.

Periferia e informazione. Quindi, come raccordarci? C’è un deficit di informazioni tecniche da parte delle Regioni verso le situazioni periferiche: credo che per questo gap possa essere colmato da un gruppo come quello dei DS, che può fare da collante anche attraverso la produzione di argomentazioni, commenti e testi.

Ripartizione del FUS. Chiudo sulla questione del Fondo Unico dello Spettacolo: c’è una guerra in corso - nell’ambito più generale delle deleghe alle Regioni in base alla revisione costituzionale già operata dall’Ulivo nella passata legislatura e alla devolution futura - su cosa debba rimanere nelle mani dello Stato e su cosa debba essere invece delegato alle Regioni.

Io sono per una gestione molto attenta dell’ampia quota di miliardi che arriverà alle Regioni, perché mentre prima il FUS si riferiva geograficamente alle Regioni ma era ripartito dallo Stato, nel momento in cui davvero passasse nelle mani delle Regioni si aprirebbe per noi un quadro di riferimento e di gestione del tutto nuovo.

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Egidio Bertazzoni, regista Rai                                                           [ torna all’indice]

Rai Milano. Faccio il regista alla Rai e per questo un po’ atipico perché sono una delle ultime figure editoriali della Rai di Milano, che non ha più figure editoriali dal momento che è semplicemente una fabbrica, un opificio che assembla, mette assieme i cascami che vengono da Roma: ma non ha più nessuna possibilità di ideare, di produrre qualcosa che venga dal suo territorio.

Laboratorio politico. La Rai ha sempre avuto una caratteristica: di essere, nel tempo ed oggi più che mai, il laboratorio politico del paese. Nella Rai si vede quello che succederà negli anni a venire nel nostro paese. Se tanto mi da tanto, va da sé che la situazione è drammatica, quasi disperata.

Affari della Lega. Sento la necessità di fare alcuni distinguo, perché mi sembra che si sia un po’ semplificato il discorso Lega - Forza Italia. Io credo che abbia ragione Mahony: la novità della Lega è che non fa più politica da Milano verso Roma ma da Roma verso Milano, e verso il nord in generale. E’ romanocentrica, perché deve ricostituire una serie di piccole clientele, di rapporti piccoli ma duri. E non solo, siamo sinceri: la Lega ha intenzione di fare affari. Ha occupato questi posti di potere per fare affari.

Macerie e Forza Italia. Ma non c’è solo questo. Forza Italia vuole che la Lega si scotti le mani. Quello che ho fatto notare a uno dei pochi “ragionanti” di Forza Italia -.che è molto imbarazzato - è che lasceranno delle macerie su cui non so - quando si saranno finalmente scottati le mani - se si potrà ricostruire qualcosa. Questo è il dramma, il dramma vero.

CL e l’informazione locale. Poi c’è CL e il suo progetto politico e la sua cura per l’informazione locale: l’attenzione all’informazione locale che la sinistra - ahimè devo dirlo in maniera autocritica - ha sempre ignorato e snobbato, è un aspetto che invece l’area cattolico-integralista cura particolarmente. Si tratta di un progetto politico con cui ci si può e ci si dovrebbe misurare: ma siamo già in gravissimo in ritardo.

Milano punto di incontro. Credo che noi al localismo della Lega dovremmo opporre un’altra cosa: un progetto di titolarità milanese della cultura.

La capacità di questa città e di questa regione è quella di essere un punto di incontro: questa è l’idea da opporre alle idiozie che, secondo me, si cerca oggi di far passare. Bisogna alzare il livello.

Tessa poeta europeo. Finisco con un esempio che mi sembra abbastanza importante. Abbiamo fatto una trasmissione su Delio Tessa, che pochi purtroppo conoscono ma che è un grandissimo poeta, forse il più grande del Novecento, e che aveva scelto di scrivere in milanese, all’interno però di una cornice espressiva assolutamente europea. Le tematiche del Tessa non sono locali, di colore locale, ma universali. Tra l’altro si tratta di una trasmissione sperimentale, realizzata con una scenografia virtuale. Un esperimento interessante: benissimo, non sappiamo ancora se e dove andrà in onda.

Movimento. Sento che adesso qualcosa sta cambiando: e mi fa piacere, perché l’unica volta che noi non siamo stati soli è stato a febbraio dell’anno scorso, con i girotondi. Io spero che si ripeta questa esperienza, perché solo da allora, poi, qualcosa si è mosso.

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Daniela Benelli, Fondazione Mazzotta, collaboratrice del gruppo regionale DS                                                                                                                                 [ torna all’indice]

Discontinuità e impoverimento. La nostra iniziativa trae origine dalla sensazione che tra le gestioni precedenti delle politiche culturali della Regione Lombardia e la gestione Albertoni ci sia una netta discontinuità. Albertoni ha modificato sostanzialmente l’impianto degli interventi. Il risultato, già percepito dagli operatori del settore, è bene evidenziato dall’analisi dei dati che sono stati pazientemente raccolti e sistematizzati dal gruppo regionale DS: l’impoverimento piuttosto consistente del sistema culturale lombardo. Questo è un dato di realtà, dal quale si deve partire.

Milano e gli esclusi. Questo impoverimento è più forte nell’area milanese che in altre aree della regione. Basta guardare l’elenco degli esclusi: l’elenco di istituti e realtà associative milanesi che non prendono più una lira dalla Regione, o i cui progetti sono stati bocciati, è impressionante. Qualche esempio in ordine sparso: Casa della Cultura, Fondazione Feltrinelli, Circolo Perini, Fondazione Corrente, Fondazione Mazzotta, Circolo San Fedele, Istituto Lombardo di Storia della Resistenza, ARCI, CIDI, Civica Scuola Paolo Grassi, Museo della Scienza e della Tecnica e un tot di Università (Bocconi, Bicocca, Cattolica).

Decadenza irreversibile. Si tratta di un problema serio. Se il sistema culturale dell’area milanese - che è il più denso, vivo e articolato e che già subisce le economie sulla cultura del Comune di Milano - viene spinto al di sotto di una certa soglia di povertà, può diventare molto difficile invertire la tendenza: perché alcune realtà muoiono, semplicemente muoiono, e può essere irreversibile la loro decadenza. Allora il lavoro che dobbiamo cominciare a fare tutti insieme (rappresentanti istituzionali, operatori e intellettuali), è quello di sensibilizzare la stampa e l’opinione pubblica, far conoscere questo rischio e agire per arginare il danno che rischia di essere un danno molto serio.

Battaglia culturale articolata. Serve una battaglia culturale, anche perché la gestione culturale leghista è emblematica di una degenerazione politica e culturale che riguarda l’intero Paese, dove l’asse Lega-Forza Italia non mostra ancora incrinature, nemmeno sulle operazioni più bieche e insensate. Abbiamo bisogno di una battaglia culturale articolata su alcuni punti.

1. Nessun élitarismo. Dobbiamo stare attenti a non fare il solito errore elitario della sinistra, cadendo nella trappola di essere presentati come coloro che disprezzano i temi legati alla cultura popolare. Bisogna invece - come dicevano Fabbri e Escobar - distinguere ciò che è ricerca e valorizzazione della cultura popolare dalla sollecitazione di un localismo chiuso, che vellica le paure ed esalta in chiave ideologica improbabili radici identitarie (celtismo e consimili).

2. Autonomia dei soggetti. Un secondo punto dovrebbe correggere un’impostazione che anche la sinistra ha avuto in anni lontani: i finanziamenti pubblici devono consentire alla istituzioni culturali consolidate di vivere e lavorare con i loro progetti autonomi, e non devono essere finalizzati solo ai progetti che interessano l’assessore di turno. Bisogna difendere con energia il principio dell’autonomia della cultura. I migliori progetti autonomamente elaborati dai soggetti culturali vanno sostenuti perché è questa libera competizione tra progetti a rendere forte e competitivo il sistema culturale.

3. Universalità e apertura. L’attenzione alla cultura, all’identità locale non va assolutamente contrapposta all’universalità della cultura, al cosmopolitismo, al carattere aperto e internazionale della miglior tradizione culturale milanese e lombarda. Non si può accettare che venga rifiutato un finanziamento a una mostra di Kandinsky con l’argomento che Kandinsky non ha nulla a che vedere con la Lombardia. Recentemente Vitta Zelmann (Editore Skirà) denunciava sul Corriere che gli era stato rifiutato un finanziamento a una mostra su Modigliani perché Modigliani non è lombardo.

Non possiamo consentire che si prosegua di questo passo: dobbiamo contrastare il provincialismo e l’impoverimento culturale cui ci stanno riducendo.

Progetto di legge. Credo che su alcuni punti di questo PdL vada rivendicata una profonda modifica. Ne elenco brevemente quattro:

1)    Va ripristinata una normativa per grandi settori di intervento: spettacolo, beni culturali, musei e biblioteche, promozione culturale (ovvero attività e progetti promossi dal mondo associativo e dagli istituti culturali più importanti). E’ molto dannoso e rischioso accettare di ricomprendere tutto in un grande calderone senza distinzioni, senza regole, senza impegni di bilancio chiaramente leggibili. Semplificare la legislazione non significa abolire ogni distinzione e ogni intento di programmazione.

2)    Gli operatori hanno bisogno di certezze, non si possono lasciare in balia della negoziazione e del ricatto. Quindi nella legge devono esserci obbiettivi, strumenti, regole e procedure (la programmazione, insomma, che è prerogativa del Consiglio regionale).

3)    In questo progetto della Giunta praticamente spariscono le Province e i Comuni. Questo non va bene. Si deve sapere qual è il loro ruolo e con quali risorse saranno chiamati a svolgerlo. Non può essere tutto gestito direttamente dalla Regione consegnando alle Province e ai Comuni briciole e residui, senza una chiara individuazione delle loro funzioni. Altro che federalismo e altro che devolution! Mi auguro che le amministrazioni provinciali facciano la loro parte per rivendicare ciò che spetta loro.

4)    Infine i controlli. Non si può accettare l’abolizione di qualsiasi organismo consultivo (Comitati e Consulte) e di qualsiasi controllo da parte del Consiglio regionale.

Modello Italia. Come suggeriva Del Corno, anch’io credo che sarà utile comparare i modelli vigenti negli altri paesi evoluti. Senza però dimenticare che l’Italia ha già un modello, è già un modello di gestione dei beni culturali, come ci ricorda il recente libro di Salvatore Settis, Italia SpA. Ma anziché modernizzare questo sistema, si stanno facendo enormi passi indietro. Varrebbe la pena riprendere questo argomento in modo più disteso e allargato.

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Sisto Dalla Palma presidente del CRT, docente di Storia del Teatro all’Università Cattolica di Milano                                                                      [ torna all’indice]

Occhio del ciclone. Sono molto turbato dall’andamento del dibattito e da alcune circostanze che sono state evocate: il sistema delle erogazioni, visto sulla tavola in sequenza, suscita risposte molto preoccupate. Credo anche che siamo a un punto nodale, nell’occhio del ciclone; e stando dentro l’occhio del ciclone probabilmente non abbiamo il senso del movimento, come capita per un fenomeno dinamico nelle atmosfere.
Vorrei perciò che facessimo lo sforzo di capire che non si tratta di qualcosa di banale. E’ vero, possiamo dire che si tratta di comitati di affari, di clientele: però non dimentichiamo che questi processi pescano in fenomeni collettivi molto diffusi. E’ stata evocata la questione della paura: non si tratta solo di esorcizzare le paure, ma di analizzare i processi che si stanno determinando.

Identità e memoria. I calcoli che stanno facendo i sociologi ci portano ad un sistema scolastico di base che fra 10 anni sarà frequentato per il 40% da extracomunitari. Quindi il tema delle identità oggi ritorna ed è certamente declinato in modo diverso da come è stato qui richiamato da Fabbri, quando ci ha ricordato Fontana, Leydi, Bruno Pianta, con la loro collezione di ricerche sulle tradizioni popolari. Allora il problema da rimettere a fuoco era quello della memoria storica; oggi il problema è quello di una risposta regressiva di fronte alla paura.

Collasso antropologico. Il primo dato che emerge è che c’è un collasso antropologico rispetto al quale le agenzie di socializzazione tradizionali - i partiti, le parrocchie, le associazioni e così via - non rispondono più e non sono più capaci di fare rete di consolidamento e di integrazione. E quindi le individualità sono lasciate alla deriva, in una situazione di sperdimento in un mondo che sta sommergendo, dilagando e devastando.

Democrazia cancellata. Da questo punto di vista dobbiamo dire che questo processo marcia in sincrono con un fenomeno di dilavaggio dei sistemi democratici di base. Perché cancellate le strutture portanti della elaborazione politica e ideologica, le agenzie di socializzazione, restano le paure.
Si è parlato del sequestro dell’immaginario da parte del mondo della Lega; ma l’altra polarità in cui si esercita il sequestro è quello dei mass media, con l’inquietante contagio tra le ambizioni della politica, il ruolo dei leader carismatici, e le tendenze alla spettacolarizzazione. Siamo di fronte a una cancellazione storica di culture, di identità, di sensibilità e soprattutto dei processi di partecipazione.

Involuzione autoritaria. Le due lame della forbice, in un passaggio di tipo autoritario-involutivo, riguardano proprio il rapporto diretto tra realtà di base e leader carismatico, con la tendenza a cancellare i processi intermedi. A questo punto è inutile che ci illudiamo di dare risposte di tipo difensivo o di tipo illuministico, come è stato richiamato: perché il progetto illuministico è in qualche misura un progetto di tipo paternalistico, in cui alcuni centri di iniziativa si fanno carico di una strategia articolata di intervento rispetto a realtà storicamente dipendenti dalla cultura alta. Mentre c’era anche un’altra cultura, su cui una tradizione storiografica marxista e cattolica hanno incrociato le armi, mentre credo che oggi si imponga una riflessione più articolata.

Progetto di legge. Il progetto di legge è assolutamente sintonico con quello che sta accadendo, cioè col fatto che i leader, i capi e le centrali di potere decidono lungo quali sentieri avviare la capacità di autorappresentazione di un collettività. In questo momento il blocco di base è rappresentato da un repechage piuttosto grossolano di culture popolari, è particolarmente ingenua la modalità di ricostruzione dei processi politico-culturali. E allora occorre di portare avanti un nuovo discorso, attraverso un’iniziativa che sia veramente trasversale, che abbia la capacità di mobilitare tutte le risorse della cultura, anche di quella cultura che, ahimè, è responsabile di tradimenti. Perché il tradimento dei chierici è una vecchia storia nel nostro Paese.

Rimozione dei soggetti. La crisi delle isituzioni è anche la crisi delle isituzioni culturali.
Il PdL non a caso ha una rimozione ontologica: via i soggetti, in quanto sono elementi di mediazione che rischiano di intervenire nell’autonomia dell’agire politico. La capacità di autorappresentazione dei soggetti deve essere contenuta, affinché il potere sia assunto autoritativamente dal centro di iniziativa politica. E allora, tecnicamente, dobbiamo distinguere il discorso delle attività culturali dai beni culturali; perché siamo in una regione dove la grande borghesia si muove solo sui beni culturali, perché ha l’idea che la cultura è fatta di collezioni d’arte, di musei e di restauri; non ha l’idea che la cultura sia un fatto di comunicazione, di partecipazione, di sviluppo della coscienza civile.

Costituzionalità e pluralismo. Se vogliamo salvare le autonomie della cultura bisogna chiedere che questa legge sia vagliata sotto il profilo della sua costituzionalità. Perché il principio della libertà di pensiero, della libertà dell’arte e dell’insegnamento è colpito laddove vengono nientificati i soggetti come portatori di identità culturali in sè stesse definite e di istanze di pluralismo.

Garanzia e libertà. Sono preoccupato perché l’evoluzione del quadro politico, ma anche del quadro sociologico, ci pone di fronte al problema di riconquistare le ragioni della transizione in termini di costituzione di istituti di garanzia e di libertà. Perché mentre prima, in un regime proporzionalistico, c’era una disseminazione di culture, di sensibilità, con processi di mediazione e di bilanciamento dei vari segmenti rappresentati dai partiti, nel sistema maggioritario tutto questo non c’è più.

Nuove regole. Per concludere: uno, problema delle regole; due, problema delle garanzie. Ma perché, visto che siamo usciti da 50 anni di vita garantita, non facciamo il discorso che ha richiamato Del Corno? Perché non poniamo il problema in termini di modalità di erogazione? Perché non pensiamo a una centrale, che sia terza rispetto alla politica, per erogare le risorse?

Ritorno alla società. Io credo che ci sia un ultimo coté su cui tentare la salvezza, e il coté mi pare riguardi la ripresa delle iniziative nella società. Bisogna restituire alla società le quote di potere di cui è stata espropriata, o che sono state prese dai partiti e mal gestite. Dobbiamo ritornare alla società. Non mitizzando qualcosa di astratto, ma riconoscendo che nelle realtà di base non c’e solo il localismo, la dialettalità, le affettività, il ritorno dell’irrazionale che fa paura e che è la precondizione per la svolta autoritaria: ma riconosciamo che esiste il terzo settore, il volontariato, tutti quei sistemi rispetto ai quali è giusto individuare delle politiche di riaggregazione, di scomposizione e ricomposizione, anche attraverso un gioco di risorse e di defiscalizzazione che aiuti il terzo settore a vivere.

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Marilena Adamo, consigliera DS al Comune di Milano                                   [ torna all’indice]

Contraddizioni istituzionali . Credo che il progetto di legge proposto da Albertoni debba essere fermato utilizzando tutte le contraddizioni che possono interessare ambienti anche più ampi di quelli che sono qui rappresentati. Mi riferisco soprattutto a quelli istituzionali. Dal punto di vista delle Province questa legge è demenziale, soprattutto perché viene presentata come legge di riordino e di recepimento di un insieme di legislazione ricollegabile ai trasferimenti delle Bassanini: dovrebbe quindi avere il suo baricentro in una Regione che si spoglia di elementi gestionali, acquisisce il massimo di capacità programmatoria e trasferisce pezzi significativi di gestione e anche di erogazione di finanziamenti al sistema delle autonomie locali.

Progetto di esproprio. Ciò che non capisco, leggendo questo testo di legge, è che cosa succede al sistema della biblioteche e dei musei milanesi. E’ una cosa veramente preoccupante. Questa legge si può tradurre in un unico articolo: il Consiglio della Regione Lombardia, in contrasto con lo Statuto vigente, è espropriato della programmazione culturale. Punto! E’ una specie di legge delega, totale, senza nemmeno gli elementi della delega. E’ una pura legge di esproprio, sicuramente antistatutaria, perché lo Statuto della Regione Lombardia dice che tutti gli strumenti di programmazione sono in capo al Consiglio Regionale

Direttore Generale. Qualcuno qui ha evocato la figura del Direttore Generale: guardate che non si limita a preparare gli atti per l’Assessore. Nell’attuale sistema di responsabilità, nel momento in cui si dice a ogni punto “anche attraverso norme regolamentari e decreti applicativi” significa che gli atti li firma il Direttore Generale! Non li fa neanche vedere all’Assessore, il quale si accontenterà di ottenere la realizzazione dei pochi progetti specifici che lo interessano.

Devolution e tempismo. Da un punto di vista politico questo non è il momento per proporre questo testo di legge: nemmeno fosse decente, che non è; nemmeno avesse qualche punto accettabile, che non ha. Non abbiamo ancora capito cosa succede della devolution, se arriva il testo di legge di La Loggia o meno, quindi se ci sarà un pezzo di partita applicativa della riforma del Titolo V e del referendum confermativo; se invece col dibattito devolution avviene qualcos’altro, questo tipo di riordino è solamente fonte di caos in tutto il sistema culturale.

Tremaglia docet. Terza e ultima questione, che Grassi ha ricordato con tutti i distinguo culturali possibili: metà di questo ragionamento, Tremaglia aveva già cercato di farlo con la 440. E allora quello che ci salvò fu l’unione e la tenuta di tutto un mondo trasversale, che proponeva orientamenti anche diversi su questioni come: l’autonomia dei centri di ricerca, di produzione sia per quanto riguarda l’arte, lo spettacolo che per i centri culturali in senso più tradizionale; la libertà e il fatto di non subire ricatti legati all’attuazione di un singolo progetto, che è una dimensione diversa dalla partecipazione a una rassegna. Grazie a questa unione, allora, venne stoppato quel disegno di legge. Credo quindi che ci siano buone possibilità di riuscire anche questa volta a bloccare l’avanzata del progetto di Albertoni.

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Monica Gattini Bernabò, Teatro Litta di Milano, coordinatrice dell’Associazione dei Teatri d’Arte Contemporanea Lombarda per l’AGIS                                    [ torna all’indice]

Ringraziamenti. Voglio ringraziare il taglio di questa riunione e tutti coloro che hanno collaborato a realizzarla: perché consente un livello alto di ripresa di temi anche strategici, e al tempo stesso solleva una serie di problematiche molto operative che tutti gli operatori, ma anche le istituzioni, si trovano quotidianamente a dover fronteggiare.

Legge 9/93. Sono due i temi che vorrei affrontare. Il primo riguarda la promozione culturale. La distribuzione di fondi sulla legge 9/93 è stato un assoluto scempio in questi ultimi anni: vorrei segnalare che, oltre alla assoluta discrezionalità da parte dell’Assessore, non sono neanche state rispettate le graduatorie stilate dagli uffici. Quindi non solo non si interpellano più le Consulte e tutti i livelli di mediazione e di contrappesi che un sistema civile dovrebbe avere; ma, oltretutto, anche nella procedura tecnica degli uffici, la graduatoria non viene rispettata, perché progetti che hanno avuto il massimo dei voti non sono stati finanziati, superati - non si sa su quale corsia di preferenza - dall’ultimo progetto che arrivava in mano all’Assessore e che era di suo interesse: per affari, per consenso politico, per tutte le ragioni che abbiamo evidenziato.

Teatri. Sulla legge 58, l’ha detto Fiorenzo stamattina, il teatro ha avuto più fondi in questi ultimi due anni; bene, un atto che era sensato - aumentare il fondo per il teatro - è stato in parte grandemente vanificato, nel senso che le regole hanno prodotto risultati che chiamare bizzarri o assurdi è ancora un complimento. Non mi risulta che ci sia un serio modo di affrontare questo tema, con un bilanciamento tra lo storico e chi invece sta entrando o ha situazioni che sono in evoluzione: perché il sistema è fortemente bloccato, o comunque non consente un dialogo verso una strategia.

Progetto di legge. L’AGIS e tutti noi abbiamo fortemente combattuto il PdL. Mi fa molto piacere sapere che anche le istituzioni lo possono combattere da un punto di vista normativo-giuridico, in quanto antistatutario rispetto alla Regione Lombardia; e quindi credo che su questo ci sia una battaglia sintonica. Fermare la macchina è, a mio avviso, il primo atto da compiere. Il progetto di legge va bloccato per due motivi: da un lato perché confligge con lo Statuto; dall’altro, perché azzera le differenze tra i settori della cultura: in questo senso la proposta degli operatori culturali è quella di reinserire alcune macroaree di riferimento.

Spettacolo. Lo spettacolo forse non è ascrivibile né a un bene, né a un’attività, né a un servizio: ognuno di noi spesso è impegnato nelle ristrutturazioni, e in quel caso restituiamo dei beni alla collettività; facciamo poi delle attività che creano aggregazione, creano quel percorso della ricostruzione dei tessuti anche sociali di cui si è parlato; e talvolta forniamo anche dei servizi. Allora, forse, bisogna pensare o a un PdL specifico sullo spettacolo, o al fatto che lo spettacolo possa di per sé costituire una quarta macroarea nel progetto proposto dalla Giunta.

Pericoli e degrado. Il progetto di legge così come è concepito propone una visione dannosa e pericolosissima: perché al di là del consenso di chi è maggioranza in quel momento non restituisce un sistema che produce continuità: restituisce semplicemente o degli affari o del consenso, operando un grosso degrado sulla crescita civile e culturale di questo paese o di questa regione.

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Giovanni Cesareo, docente di Sociologia della Comunicazione al Politecnico di Milano
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Ringraziamenti. Da moltissimi anni non partecipavo a iniziative di questo genere, per ragioni che hanno a che fare con l’astrattezza e la separatezza: ma vi ringrazio di avermi invitato, e vi confesso che ho accettato volentieri di partecipare a questo incontro perché penso che stiamo attraversando un momento molto grave.

Gravità del momento. E’ un momento molto grave su tutti i terreni. Sono molto d’accordo, da questo punto di vista, con le cose che dicevano Escobar e Dalla Palma: nel senso che anch’io sono convinto che c’è una forza indirizzata al totalitarismo. La cosa ancor più grave è che questo processo coincide con una crisi della democrazia vera. Secondo me è assolutamente vero che il sistema dell’alternanza favorisce la crisi della democrazia e l’avanzata del totalitarismo.

Lebenswelt. Il problema, come diceva Dalla Palma, è quello di entrare nei processi, di capire che la cultura è quello che Habermas chiama il Lebenswelt, cioè la cultura della vita: nel senso che la prima cosa che noi dobbiamo cercare di capire è ciò che le persone concepiscono, pensano e fanno. Bisogna stare molto attenti alla separatezza che possono avere i processi politici (nel senso di politico-partitici), perché provoca l’indifferenza e l’estraneità delle persone. E’ questa la cosa più grave. In realtà la cultura vuole la battaglia delle idee di cui si parlava, vuole che si coinvolgano le persone. La battaglia culturale deve essere innanzitutto una battaglia sul terreno quotidiano, della vita quotidiana.

Localismo e individualismo. Le concezioni culturali di cui parla la Lega hanno a che fare con una concezione della vita e delle persone che ha radici ben precise. Il localismo e l’individualismo, per esempio, sono due momenti che si legano bene insieme. Non è un caso che, in un Paese come Stati Uniti, ci sia un fortissimo spirito comunitario localistico e un fortissimo spirito individualistico.

Rovesciamento. A mio avviso, il problema è quello di cercare di entrare in questo processo, di impugnare queste dinamiche e di rovesciarle completamente; non di disprezzarle con spocchia.

1. Costruzione della memoria. Abbiamo dei terreni molto forti per tentare questo rovesciamento. Prima di tutto, la memoria. La memoria non è una cosa che esiste, la memoria è una cosa che si progetta e si costruisce. La Lega, infatti, ha cercato di costruire una memoria fasulla, finta, inesistente, ma che può diventare un memoria condivisa.

2. Iniziative di base. Un secondo punto di forza riguarda le iniziative di base, che esistono e che nessuno conosce. La ricerca e la valorizzazione di queste iniziative sarebbe una valorizzazione della cultura locale vera, da opporre al localismo di cui si è parlato. E da questo punto di vista una forza che può essere utile in questo processo sono i giovani e i movimenti. Perché sia a livello dei giovani che a livello dei movimenti c’è una forte spinta alle iniziative pratiche.

3. Decentramento Rai Milano. Ieri l’ho scritto sul Manifesto e lo ripeto continuamente: anche sul fronte della Rai regionale si tratta di impugnare il progetto leghista e di rovesciarlo completamente, in modo da farlo diventare un’istanza reale di decentramento. Conosco piuttosto bene la storia della Rai, perché la seguo dal 1956. Il problema del decentramento della Rai è sempre stato una nodo cruciale: progetti in questo senso sono stati fatti anche all’inizio degli anni Ottanta, ma non hanno mai trovato attuazione.

La televisione è nata sostanzialmente a Milano e la Rai di Milano è stata pian piano distrutta, svuotata, umiliata e finita. I lavoratori non sono certo contenti di questa situazione, ma pian piano si rassegneranno e dalla rassegnazione possono nascere il cinismo e poi una serie di veleni molto pericolosi. Allora, anche in questo caso, è molto importante impugnare il progetto di decentramento e rovesciarlo, facendolo diventare un legame reale della Rai al territorio.

Progetti. Per quanto riguarda le modalità di finanziamento sui progetti culturali, devo dire che io credo al lavoro sui progetti, ma mi rendo conto che esistono problemi legati soprattutto alla mancanza di pubblicità e di comunicazione, per cui di questi progetti poco si sa e poco si discute. E che manca una strategia operativa che dia una linea di continuità alle singole iniziative culturali.

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Francesco D’Agostino, Teatro Quelli di Grock                           [ torna all’indice]

Rilancio sostanziale. La domanda che mi è sorta spontanea leggendo il progetto di legge è se davvero ce ne fosse bisogno. La mia risposta ovviamente è no. Perché se è di un rilancio che la cultura lombarda ha bisogno, credo che non possa essere solo di tipo normativo, ma debba trattarsi un rilancio sostanziale, che parta cioè da un incremento degli stanziamenti.

Mare magnum. Dò poi il mio pieno appoggio - se proprio dobbiamo pensare di non riuscire a cassare completamente il progetto di legge – alla proposta di superare il disegno del mare magnum della cultura configurato dal PdL, proponendo di tornare a lavorare sui settori o sulle macroaree.

Essenza e statuto. Vorrei poi rimarcare un piccolo dettaglio che mi disturba particolarmente in questo progetto di legge, e mi riferisco all’art. 2 comma 2, che dice: “per il raggiungimento della finalità la Regione collabora con soggetti pubblici e privati anche senza scopo di lucro che nel proprio statuto o atto costitutivo prevedano attività culturali di interesse regionale”. Questo punto mi ha inorridito. A parte il fatto di dover mettere mano agli statuti di tutte queste strutture, ciò che mi spaventa è la cancellazione del valore nazionale della cultura, per non parlare di quello europeo, internazionale ed universale. Questa cosa mi ha veramente inorridito, su questo non riesco a pensare che si possa essere in qualsiasi modo conniventi. Mi si chiede di variare la mia essenza, di definirmi di interesse regionale….scusate, io veramente non riesco a pensare di poterlo fare. Quindi, su questo punto, mi auguro davvero che ci sia una battaglia totale.

Legge ideale. In un ideale progetto di legge, vorrei che i legislatori si sforzassero di trovare una griglia sufficientemente larga per poter inquadrare l’esistente per quello che è e fa sul territorio. Per spiegarmi meglio: oggi noi siamo riconosciuti dal Ministero (e di riflesso anche dalla Regione) come Compagnia di produzione... Siamo molto di più. La nostra attività di formazione, il Teatro che gestiamo, sono tutte attività che non vengono riconosciute. Vorrei che si smettesse di dover essere ciò che gli altri ti dicono che sei, ma poter essere riconosciuti per tutto il lavoro che davvero si fa.

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Emilia De Biasi, responsabile cultura della Segreteria regionale DS            [ torna all’indice]

Disegno coerente. Io vorrei che noi avessimo ben presente che quello che sta succedendo, con questa proposta di legge e con la pratica della Regione Lombardia nel campo della cultura, non deriva solo dall’incapacità di una classe dirigente o dalla scelta di privilegiare alcuni interessi rispetto ad altri. Si tratta piuttosto di un disegno assolutamente coerente con l’impianto nazionale, che tende fondamentalmente ad abolire tutto ciò che c’era prima. E’ così in tutto il vasto campo dello stato sociale: è così nel campo della sanità, è così nella scuola, è così persino nella salute mentale. Nella riforma della scuola si dice “vengono abolite tutte le legislazioni precedenti”; nel campo della salute mentale viene abolita la 180 e nel campo della cultura - l’esempio è molto chiaro perché la Lombardia è un laboratorio piuttosto importante di destrutturazione - si abolisce tutto ciò che c’era prima e lo si fa passare sottoforma di semplificazione legislativa.

Populismo e autoritarismo. Siamo in presenza di un disegno molto forte, molto coerente, che ha un risvolto istituzionale molto preciso: populismo dal punto di vista sociale e autoritarismo dal punto di vista istituzionale. Credo che su questo si debba essere molto chiari, anche perché io ritengo che con il sistema maggioritario sia molto difficile far vivere le battaglia solo nelle sedi istituzionali: se non si riporta poi nella società questa battaglia, è evidente che le istituzioni da sole non possono farcela.

Maggioritario e spoil system. C’è poi un problema molto serio di funzionamento delle istituzioni pubbliche, perché lo svuotamento della funzione delle istituzioni a vantaggio degli esecutivi è una modalità di interpretazione del maggioritario assolutamente stravagante: credo che siamo davvero l’unico paese in Europa a sistema maggioritario in cui non vi è una regolamentazione rispetto ai diritti della minoranza e alla salvaguardia del pluralismo culturale. Mi fisso poi su un aspetto che i compagni del mio partito sanno che mi interessa molto: credo che dal punto di vista istituzionale non sia ulteriormente rinviabile una riflessione sullo spoil system.

Soluzioni possibili. Come se ne esce? Io credo che vi sia un compito che è di tutti noi, che è anche dei partiti oltre che dei movimenti: combattere la dominanza, il progetto egemonico della cultura leghista facendo delle proposte molto precise.

Nel campo della scuola, per esempio, vi dico che l’Emilia Romagna nella sua legge regionale di riordino del sistema formativo trova una soluzione praticabile nella devolution dei programmi dicendo “La quota dei programmi regionali che è proposta dalla riforma Moratti non va in capo alle Regioni ma direttamente alle scuole, attraverso l’autonomia scolastica“: il che è già un piccolo passo in avanti rispetto all’abolizione di Dante in favore del Festival Celtico...

Comunità solidale. Rispetto al tema delle identità e delle tradizioni credo che un punto fondamentale per noi sia quello di contrapporre, alla società delle minoranze che è prefigurata dal Polo e dalla Lega, un’idea di comunità solidale. Credo che noi dobbiamo tornare - come sinistra, come Ulivo, come sinceri democratici - a produrre senso comune. Per troppo tempo abbiamo abdicato a questo che è un dovere di libertà.

Messaggi-sfondo. Questo significa anche contrapporre all’idea del sistema culturale proposta dal Polo in questa regione e a livello nazionale, un’idea-forza che sarà antica ma è ancora una leva importante: ed è che la cultura è motore di sviluppo e lo sviluppo è motore di libertà. Io credo che abbiamo bisogno di avere messaggi-sfondo molto forti se vogliamo giustificare, in modo consistente, una battaglia istituzionale anche un po’ difficile, dati i tempi.

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Antonio Sacchi, Presidente del consiglio di amministrazione del Teatro Fraschini di Pavia                                                                                                                   [ torna all’indice]

Tessuto legislativo: creazione. Stamattina, Ferrari, mi hai fatto venire nostalgia di un tempo in cui anch’io contribuii, dall’osservatorio della Provincia di Pavia, a costruire il tessuto legislativo regionale (fatto dalle leggi sulle biblioteche, i musei, il cinema, il teatro e la musica) quando era Assessore Sandro Fontana, (DC) e quando era Presidente della Commissione cultura Lauro Casadio (PCI); e in cui molte delle energie democratiche intellettuali, anche laiche e socialiste, contribuirono a costruire un tessuto legislativo che io ritengo tuttora sicuramente da sistemare, da riordinare, da rivedere, ma non da buttare a mare.

Disfacimento. Leggendo il documento di analisi delle politiche culturali elaborato dal gruppo DS, la sensazione che ho avuto è stata quella di un disfacimento di questo tessuto legislativo; che sicuramente da molti anni noi - intendo i partiti della sinistra e del centrosinistra - abbiamo indicato come da migliorare, da sistemare. Ma sicuramente non come da scardinare. Perché nei 25 anni che vanno dal 1970 al 1995 questo tessuto legislativo ha garantito una spinta propulsiva alla cultura in Lombardia. Che non è la cultura lombarda.

Cultura in Lombardia. La cultura in Lombardia è una cultura europea, di grande tradizione democratica. Si è parlato qui di Roberto Leydi, e io voglio essere provocatorio: Roberto Leydi mi ha insegnato che esiste la cultura popolare. Noi dobbiamo dire che è ora di farla finita: non esiste la cultura locale. Semplicemente non esiste la cultura locale. Non si può mettere un aggettivo spossato, minoritario, imbelle, accanto a un’espressione forte come cultura. Perché questo apre la strada a una visione altro che localistica, ma veramente povera del mondo!

Memorie e patrimonio. Abbiamo una memoria celtica noi? No, non abbiamo una memoria celtica, abbiamo altre memorie. La memoria del Medioevo, la memoria del Rinascimento, la memoria dell’Illuminismo, la memoria del Risorgimento e la memoria dell’Antifascismo. Questo è il patrimonio che noi ci portiamo dietro.

Progetto di legge. E’ sicuramente generico, sconnesso e povero, molto povero. Se poi devo parlare della Province, che sono state giustamente l’interlocutore privilegiato negli anni della Regione dal punto di vista dell’utilizzo di questo leggi, io vedo che non c’è più la delega, com’era ad esempio la legge 81; ma si rovesciano dei compiti e delle funzioni amministrative senza un reale e sostanziale trasferimento di fondi e di personale adeguato.

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CONTRIBUTO DI FULVIO PAPI                                                                      [ torna all’indice]

Confesso di aver letto con una certa curiosità il documento con cui l’assessorato regionale della Lombardia presenta le attività culturali svolte e i criteri che regoleranno quelle future. E sono stato costretto a pensarne molto male: niente di peggio come contenuti e come stile di direzione politica, una mezza strada tra il barbarico, l’incredibile e il buffo. So bene che il potere può fare quello che vuole e trovare anche le parole che possono persuadere il prossimo. Ma il sapere è appunto quella zona in cui ogni proposito si fa carico della decenza. Il nostro assessorato ha in mente solo “i Celti” con lo scopo di riscoprire identità e culture locali. In un territorio come il nostro un compito del genere dal punto di vista di una elementare conoscenza, è impossibile. Gli etnologi e gli antropologi oggi parlano sempre di ibridazione delle culture, anche quando si tratti di realtà culturali relativamente autonome come le popolazioni amazzoniche o polinesiane. Figuriamoci a Como: quivi l’ibridazione agisce da secoli. Quel che interessa è vedere oggi questo processo quale modello culturale o simbolico ha reso possibile. Una coscienza sociale è un tema da inchiesta possibile, la ricerca delle origini è una pura e semplice operazione ideologica che se ha un senso, è solo quello relativo alla sollecitazione di un consenso politico, cioè è propaganda bassa. Non c’è niente di differente, quanto al modello, rispetto a quanto sosteneva Milosevic a proposito della “serbità” del Kossovo. Purtroppo su cose del genere, ridicole dal punto di vista delle conoscenze, non c’è niente da ridere come il passato recente ci ha mostrato. Ora, forse, c’è qualcosa in più. L’Europa sta pagando prezzi sociali non indifferenti per l’ingresso nella sua vita economico-sociale del mercato mondiale. Ci sono paure, timori, e come sempre in questi casi, una “proiezione paranoica del lutto”. Fuori dal linguaggio psicoanalitico di Melania Klein, il disagio cerca aggressivamente un “capro espiatorio”, stabilisce rigidamente una identità immaginaria e una alterità temibile e spaventosa. Chiunque conosca la nascita del nazismo nella Germania della fine degli anni venti, anni trenta non può che vedere alcune analogie. C’era nella cultura tedesca di fine Ottocento, primi del Novecento una radice razzista, ma non aveva mai raggiunto livelli di massa. Ci vogliono congiunture sociali favorevoli, e il disagio e la paura sono fondamentali, per trasformare opzioni di intellettuali mitografi in saperi diffusi, in stati d’animo. In Germania fu la radio di Goebbels a compiere il miracolo, in Jugoslavia la propaganda di Milosevic (che ereditava una cultura nazionalista che gli intellettuali serbi copiavano dai romantici tedeschi). Da noi i celti sono un’invenzione banale come altre invenzioni di purezza etnica o di purezza delle origini. Sono forme di diseducazione popolare piene di pericoli: il consenso dell’immaginazione genera mostri. Ma anche se lasciassimo perdere i celti (si potrebbe fare un lungo elenco di “etnie” equivalenti), e per esempio cercassimo i lombardi, quelli che Berchet faceva serrare a una lega, troveremmo anche qui una costruzione culturale, per la verità più prossima alle nostre possibili interpretazioni storiche. Era la storia romantica e nazionalista che valorizzava i comuni contro l’impero, come allegoria dell’indipendenza italiana dall’imperiale-regio governo di Vienna. Sono cose che sanno i liceali che, a dispetto di una scuola tutta sbagliata, hanno studiato per conto loro. Se poi si vuole qualche nozione di storia della lingua, nel 500 il termine “lombardo” stava ad indicare una specie di gambero come risulta in un sonetto di Burchiello “La gloriosa fama de i Davitti” in “Rime del Burchiello, commentate dal Doni”, Venezia, 1553, pp. 17-19. L’aggettivo “lombardo” nel Novecento celto venne invece speso per ragioni di stile poetico al fine di distinguere il modo di fare poesia nell’area milanese rispetto agli ermetici fiorentini.

Esiste invece una grande tradizione lombarda e milanese che non è affatto un elemento di etnografie immaginarie, ma che appartiene alla cultura, o come avrebbero detto Hegel e Croce, allo spirito. E’ la cultura illuminista, Beccaria, Verri, il rapporto con l’amministrazione Teresiana che valorizzò il patrimonio tecnico-scientifico locale. Tradizione ripresa dal federalismo di Cattaneo con un misto di elementi derivati da Smith (economia politica), dagli americani (le autonomie locali), dagli illuministi (la filosofia come pratica sociale). E poi la grande tradizione del cattolicesimo liberale lombardo, con quale sfumatura giansenista. Perché dimentichiamo le passeggiate lacustri del conte Manzoni (“autor d’un romanzetto”, come diceva Giusti) con Rosmini? E poi l’incontro di queste culture con la trasformazione sociale della Lombardia con la grande industria a capitale prevalentemente tedesco (come insegnava il Tremelloni). E di qui due nuove grandi tradizioni: I) il sapere tecnico scientifico di cui il Politecnico della Vecchia sede (umida e sgradevole diceva Gadda, ingegnere milanese) era la gloria. L’attuale sede è solo del 1927. E poi la cultura di tradizione riformista, Turati, Arcangelo Ghislieri, la “Critica sociale”. Ma perché non studiare la storia del giornalismo italiano? Andare a vedere la nascita del “Corriere” di Torelli-Vollier contro la vecchia “Perseveranza” e così via. Naturalmente tutte queste culture a loro volta hanno avuto ibridazioni straordinarie soprattutto, e in diversi momenti, con le culture europee.

Si possono prendere molte direzioni quando si progetta cultura. L’Assessore precedente, il giovane e compianto Tremaglia, aveva dato luogo a iniziative e convegni su temi che mettevano in luce elementi della “cultura di destra” trascurata per anni. Io stesso partecipai a un ottimo convegno su Pound. Ma si trattava di iniziative, come si dice, di alto profilo, unite a uno spirito aperto e molto consapevole degli stili della cultura contemporanea. Era un’interpretazione dell’Assessorato del tutto adeguata e molto responsabile.

Se poi vogliamo andare nello spazio della memoria dovrei rivolgermi al presidente Formigoni. Ricordo perfettamente che quando fu eletto per la prima volta all’incarico che attualmente ricopre, invitò tutte le componenti culturali della città a un incontro alla Triennale per conoscere le linee delle istituzioni culturali esistenti. In quella circostanza sostenni che la regione deve promuovere grandi iniziative culturali per le quali nessuno avrebbe i mezzi sufficienti (mostre di pittura, concerti, convegni scientifici internazionali). Ma deve anche favorire la libera espressione culturale che nasce dalla società civile, sostenendo enti e iniziative che mostrino livelli di eccellenza (come si dice). Proposi anche una commissione permanente con la presenza delle università e degli enti culturali fondamentali della città. Su questo punto Formigoni glissò (e capisco anche perché ma sulla forma della politica culturale della regione mostrò un pieno accordo). Del resto quando con viva sensibilità venne alla Casa della Cultura, in occasione dei “cinquant’anni”, sottolineò la sua prospettiva pluralista. E allora? Dove siamo andati a finire? Credo sia anche una questione di decoro. La regione non può desiderare di parlare un linguaggio internazionale, e sulla cultura mostrare una linea che anche per un paese valligiano sarebbe offensiva se gli venisse attribuita.

Avrei personalmente proposte penso interessanti da fare, ma non ho preclusioni di sorta. E adesso, cercando di valorizzare quello che dovrebbe essere il punto di vista di A.N. del tutto silente su questi temi, proporrò queste iniziative:

1)    Un convegno internazionale su Giovanni Gentile

2)    Una ricerca sul premio di pittura Bergamo

3)    Un convegno sulla politica culturale di Bottai (dalla riforma della scuola media alla rivista “Primato”)

4)    Studio dell’architettura di Piacentini nel contesto del razionalismo architettonico del 900

5)    Una ricerca sulla cultura giovanile dei Littoriali

Mi sono messo dal punto di vista di una parte della maggioranza. Per i cattolici mi sarebbe facilissimo proporre cose interessanti. Più complesso per “Forza Italia” perché non ha spessore storico ma mediatico. Ovviamente, come dicevo avrei anche temi miei, ma qui il problema era solo di evitare almeno situazioni ridicole e accettare invece ciò che ha, come conoscenza, un suo valore e una sua dignità.

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