SPORT, PULITO, PER TUTTI

idee dalla Lombardia

7 maggio 2004
Sala Auditorium Tensostruttura - Consiglio Regionale della Lombardia
viale Restelli, 4 - Milano

 

Agostino AGOSTINELLI

Daniele MARANTELLI

Antonio PIZZINATO

Mario CARLETTI

Maurizio CASASCO

Renato MONTEVERDI

Maurizio CASASCO

Renato MONTEVERDI

Maurizio CASASCO

Renato MONTEVERDI

Maurizio CASASCO

Giancarlo CERUTTI

Alberto COVA

Giorgio LAMBERTI

Daniele MARANTELLI


Presiede:

Agostino AGOSTINELLI - Segreteria regionale DS

Agostino AGOSTINELLI 

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Buongiorno a tutti. Io sono Agostinelli e ho il semplice compito di governare il garbatissimo traffico del confronto di questa mattina.

Come avrete visto dall’articolazione degli inviti e delle presenze, noi vorremmo provare a costruire un ragionamento e a mettere in campo delle ragioni sul tema dello sport - dello sport pulito, dello sport per tutti - sul piano sia regionale che nazionale, con un’introduzione prima del Consigliere regionale Marantelli, il quale ha seguito questo tema per conto del Gruppo DS, in particolare per quanto riguarda l’attuazione della legge regionale, e poi del Senatore Pizzinato, il quale si occupa a livello parlamentare dello stesso argomento.

Abbiamo chiesto di portare esperienze e contributi a soggetti molto diversi fra loro - sportivi, presidenti, medici, sportivi che si occupano di politica e di amministrazione - per tentare di costruire un quadro d’insieme delle questioni, incrociando ragioni molto diverse fra loro (perché quelle del professionista non sono le ragioni del ragazzo, del giovane, dell’adulto, dell’anziano), però mantenendo tutto sotto lo stesso titolo: lo sport, nel cui nome si evocano passioni, si commettono sciocchezze, si definiscono modelli di vita e forme di comportamento. All’interno di tante diversità, il ruolo della politica regionale e nazionale è importante, secondo noi, ed è in questo senso che si collocano le introduzioni e, ne sono sicuro, la successiva discussione.

Chiediamo a tutti, a partire dai due relatori, interventi sintetici, per non trascinarci oltre il dovuto e perché, come diceva Kant, a chi ha idee forti bastano poche parole per esprimersi. Sono coloro che non hanno idee che hanno bisogno di parlare più del necessario.

Do quindi la parola a Marantelli.


Daniele MARANTELLI - Consigliere regionale DS

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Winston Churchill diceva che, se per esprimere un concetto che può essere espresso in dieci secondi una persona ci impiega un minuto, quella persona è capace di qualsiasi delitto. Forte di questo insegnamento, io cercherò di essere estremamente stringato.

Innanzitutto, vi ringrazio per la vostra qualificata presenza a questo incontro. Questa mattina noi desideriamo far emergere alcune idee per migliorare la pratica sportiva in Lombardia, idee che, se condivise, ci auguriamo possano essere utili anche per altre Regioni.

In Lombardia, dopo la Legge n. 9 del ’75, i comportamenti dei cittadini sono profondamente mutati, la pratica dell’attività sportiva e delle attività motorie è diventata per un grandissimo numero di persone, dai bambini agli anziani, occasione di divertimento e strumento di cura del proprio corpo, il che ha dato a questo fenomeno, nel corso degli anni, una rilevante dimensione sociale e culturale, cioè lo sport ha assunto un’importanza evidente sotto il profilo della funzione sociale, della formazione dell’individuo, della tutela della salute dei cittadini, del miglioramento degli stili di vita e dello sviluppo delle relazioni sociali. Ecco perché noi ci siamo impegnati a fondo per dare alla Lombardia una nuova legge. Del resto, i numeri sono impressionanti: quasi 11.000 società sportive, 680.000 tesserati, 75.000 dipendenti, 22.000 tecnici, 11.000 ufficiali di gara, oltre 100.000 associazioni sportive dilettantistiche alle quali aderiscono circa 8 milioni di soci, oltre 15 milioni di italiani che svolgono attività motoria o sportiva dilettantistica.

La legge approvata nell’ottobre del 2002 è stata il frutto di due proposte (una precedente del Gruppo DS del giugno 2001, l’altra della Giunta regionale del settembre 2001), sottoposte entrambe a un’ampia consultazione di Enti, Federazioni, Comuni, che ci ha indotto alla fine a definire un testo comune, che nelle audizioni è stato oggetto di suggerimenti e anche di critiche, ma che è stato approvato dal Consiglio regionale a grandissima maggioranza. Si è quindi cercato di tenere conto della riforma del Titolo V della Costituzione senza nessuna velleità, giungendo così a un testo snello, federalista, che punta a valorizzare, come dicevo, la funzione sociale dello sport, uno sport inteso non tanto sotto il profilo agonistico e professionistico, quanto come attività fisica praticata da tutti i cittadini. Gli obiettivi definiti sono impegnativi: potenziamento dell’impiantistica, contrasto al doping, incentivazione delle attività delle associazioni sportive, dei circoli ricreativi, degli oratori, formazione degli operatori, introduzione del concetto di sponsorizzazione, visite mediche gratuite per i minorenni e per i portatori di handicap di ogni età.

Essendo stati indotti dal Forum istituzionale dello sport, dalla Consulta regionale, dall’Osservatorio regionale, composto da tutti i rappresentanti degli Enti e delle realtà sportive esistenti sul territorio, a dare al provvedimento la patente di federalista, nel corso del dibattito in Consiglio regionale io dissi che, se ben utilizzato, quello strumento avrebbe permesso al mondo sportivo lombardo di collaborare con le istituzioni, mantenendo una forte autonomia. In particolare, nella dichiarazione di voto io mi espressi così: “Sedersi su una Ferrari che ha un serbatoio vuoto significa non fare molta strada. Noi abbiamo realizzato un provvedimento importante, che ora ha bisogno di adeguate risorse finanziarie”.

E qui un primo giudizio si impone: per quanto riguarda la spesa corrente, le risorse sono state poche, per quanto riguarda gli investimenti, siamo partiti con molte difficoltà, attenuate in parte con le disponibilità date della Legge nazionale n. 65, che ci hanno portato nel campo degli impianti un po’ di ossigeno. In ogni caso, coerenti con l’impianto della legge, durante l’esame dei bilanci regionali abbiamo sempre proposto emendamenti tesi a potenziare queste risorse, però, nonostante la sensibilità di diversi esponenti anche della maggioranza di centrodestra (questo devo dirlo), non sempre siamo riusciti a ottenere risultati significativi, quindi siamo molto interessati stamattina a conoscere anche il vostro giudizio sull’applicazione della legge a quasi due anni di distanza dalla sua emanazione.

Per parte nostra, vorremmo evidenziare tre questioni in modo sintetico.

La prima: al di là delle indicazioni di ieri mattina dell’Assessore, a noi pare necessario istituire direttamente un fondo di dotazione per il potenziamento degli impianti. Noi pensiamo che sia utile seguire lo schema del FRISL: finanziare un 50% a fondo perduto e per il resto ricorrere a un prestito rimborsabile in quindici anni senza interessi. Questa ci pare l’unica strada che può essere percorsa dai piccoli Comuni. Tra i 1.546 Comuni, Milano e Brescia sono l’eccezione. E qui ci fa l’onore di essere presente Giorgio Lamberti, campione del mondo di nuoto, primatista mondiale per dieci anni e ora Assessore a Brescia, il quale ci dirà delle difficoltà che anche il Comune di Brescia ha. Però quelli più in sofferenza sono certamente i piccoli Comuni, dove l’impianto sportivo spesso ha per i giovani un ruolo sociale e di aggregazione insostituibile. L’attuale convenzione con Finlombarda, che assegna al Fondo di rotazione un milione di euro, è davvero inadeguata. Poi sentiremo il giudizio anche degli esponenti del CONI e comunque resta tuttora aperto il tema spinoso delle fideiussioni.

La seconda questione riguarda le visite mediche gratuite per i minori, obiettivo che è stato condiviso, ma non inserito nella legge. C’è stato un impegno politico della maggioranza che finora è stato rispettato. Sappiamo come, attraverso le visite precoci, sia possibile individuare e correggere malformazioni all’udito, alla vista, al cuore. E’ necessario codificare questo impegno. Il Decreto governativo del 10 dicembre 2003 sembra considerare le visite sportive (ma poi ce ne parlerà il professor Carletti) comprese nei LEA. Noi proponiamo di dare certezze, su questo punto, che non dipendano da mutevoli volontà politiche. La gratuità delle visite mediche per minori e per portatori di handicap di ogni età, a nostro avviso, deve essere inserita dalla Regione nella legge, modificando o la 26/2002 sullo sport o la 31/97 sulla sanità. In una parola, a noi non importa il colore dei gatti, l’importante è che i gatti prendano i topi, come dice il famoso cinese. In questi due anni, inoltre, abbiamo osservato che per molti appassionati che praticano sport a livello amatoriale il costo della visita medica costituisce un problema economico che non può essere sottovalutato. Qui noi non vogliamo improvvisare soluzioni, perché ci rendiamo conto dei vincoli economici, ma sarebbe sbagliato non considerare questo problema.

La terza questione è legata alla pratica del doping, che non riguarda solo lo sport professionistico. L’uso di sostanze pericolose per la salute è ormai diffuso in palestre e piscine e non bastano un’azione di contrasto e misure penalizzanti, che pure nella legge sono previste, serve un grande sforzo culturale che sia dispiegato in profondità, a partire dai ragazzi. La Federazione Medico Sportiva Italiana recentemente ha ufficializzato la realizzazione di uno strumento di formazione e informazione per la lotta al doping unico in Italia (ce ne parlerà poi il professor Casasco), cioè: attraverso uno specifico sito web è possibile accedere a un elenco di tutti i farmaci in commercio in Italia, con tutte le indicazioni specifiche, in particolare per le attività antidoping. Ciò che noi intendiamo dire è che è arrivato il momento di contribuire a togliere ogni alibi alle persone non corrette, aiutando tutti i disinformati e le società sportive. Come declinare questa impostazione, condivisibile, in Lombardia? A livello regionale, noi pensiamo che sia necessario prevedere un piano d’intervento di medicina sportiva anche nelle scuole e nelle stesse aziende, elaborando un progetto di prevenzione straordinario, perché, più che in un’azione di contrasto penale, noi crediamo in un progetto culturale di prevenzione.

Sulle tre questioni che ho qui evidenziato noi abbiamo avanzato delle proposte formali. A noi non interessa essere i primi della classe, a noi interessa capire se le nostre valutazioni sono condivise; in caso affermativo, sarà un gioco da ragazzi predisporre le conseguenti modifiche alla Legge regionale 26.

Permettetemi, infine, una considerazione che esula dall’esame della legge regionale.

Tutti noi, credo, siamo persone che amano lo sport, che continuano, con alterne fortune, a praticarlo, che hanno gioito per le imprese di Maradona, di Pantani, per gesta esaltanti che hanno entusiasmato milioni di persone, al di là dell’età, delle convinzioni politiche e religiose, delle condizioni sociali. Io penso che noi dovremmo essere grati a chi ci ha regalato momenti di pura poesia. I gol nei Mondiali dell’86 di Maradona, che ha saltato come birilli cinque inglesi, partendo da metà campo, o le cavalcate solitarie di Pantani sul Mortirolo o sull’Alp d’Huez, valgono una poesia di Ugo Foscolo, per chi è appassionato di sport. Tutti noi, però, abbiamo vissuto e viviamo con infinita tristezza le vicende umane di questi due campioni.

Non so se Giancarlo Cerutti, che è un’autorità nel campo del ciclismo, dove molto ha fatto, ci vorrà dire qualcosa, ma io penso che si senta il bisogno di esempi e di simboli positivi. Penso che l’Italia oggi disponga di un simbolo straordinario: Roberto Baggio, le cui gesta sportive difficilmente possono essere separate dalla persona. Quando un campione sa unire città, opinioni politiche, paesi diversi, ciò significa che questa persona ha dentro di sé qualcosa di speciale. In dodici milioni siamo rimasti incollati davanti al televisore, la scorsa settimana, per seguire la partita della Nazionale contro la Spagna a Genova. Baggio, come si sa, ha deciso di smettere, e io credo che bisognerebbe proporre all’UNESCO di considerarlo una sorta di patrimonio da tutelare, come si fa con i reperti archeologici o con il Parco del Ticino, per parlare di qualcosa che conosciamo, ma questo non è possibile. La Legge 26 propone l’assegnazione de “L’alloro dello sport” (Alberto Cova lo sa bene), in Lombardia, solo ad atleti non professionisti. Io mi sento di proporre alla Regione di assegnare a Baggio il massimo riconoscimento regionale, anche perché Baggio è a tutti gli effetti lombardo di adozione, avendo giocato nell’Inter, nel Milan e giocando ora nel Brescia, e di invitare il governo a nominarlo ambasciatore italiano dello sport pulito nel mondo.

Ho rispettato i tempi. Penso di avervi detto con chiarezza quali sono le tre questioni su cui noi intendiamo raccogliere giudizi e contributi. Altri dopo di me, a cominciare da Pizzinato, il quale traccerà il quadro nazionale, saranno sicuramente in grado di fornirci indicazioni molto preziose per un potenziamento dello sport dilettantistico e amatoriale in Lombardia.

Vi ringrazio.


Antonio PIZZINATO - Senatore DS

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Io cercherò di dare continuità ai ragionamenti svolti da Agostinelli e da Marantelli partendo dalla mia esperienza come parlamentare sulle tematiche dello sport. Quindi: “idee dalla Lombardia”, ma sulle problematiche nazionali da affrontare e a cui dare risposte positive affinché lo “sport per tutti” diventi un diritto sociale.

Lo sport è sin dall’antichità un bisogno primordiale della persona, come ci ricordano le Olimpiadi. Siamo a meno di cento giorni dalle Olimpiadi di Atene e domani allo stadio Dordoni di Sesto San Giovanni iniziano i Campionati italiani di atletica dei non normodotati: due avvenimenti sportivi che racchiudono in sé il senso, la storia dello sport e del suo sviluppo, dalle Olimpiadi ogni quattro anni dal 776 a.C., alla ripresa della nuova fase nel 1896, ai Campionati per atleti disabili non normodotati. Il mondo sta vivendo una fase di transizione, con la globalizzazione, e analogamente l’attività sportiva sta compiendo un passaggio epocale, sia come attività agonistica, sia come attività amatoriale fondamentale per la buona salute fisica e l’autosufficienza motoria a tutte le età.

A fronte dei mutamenti economici e scientifici e delle conquiste sociali, siamo a un salto che non ha uguali nella storia dell’umanità. Nell’ultimo secolo si è raddoppiata la speranza di vita e l’Italia è il paese in cui tale speranza è la più elevata nel mondo, come è emerso a Madrid alla Conferenza dell’ONU; infatti, siamo passati dai quaranta/quarantacinque anni medi agli inizi del secolo scorso agli ottantuno e mezzo nel 2003. Questo fatto rende più importante la pratica sportiva a tutte le età, dai bambini agli anziani, per la sua funzione di prevenzione e mantenimento della salute fisica. Sono trenta milioni, gli italiani coinvolti in attività sportive: sei milioni fanno sport agonistico, dodici milioni fanno sport con continuità, dodici milioni fanno sport saltuariamente. Questo grazie alle ottantamila Società sportive affiliate alle quarantatré Federazioni del CONI e alle venticinquemila Società sportive degli Enti di promozione sportiva. E’ un’attività, quella sportiva, che sul piano economico produce un fatturato pari al 3% del prodotto interno loro (uguale, come dimensione, a quello del settore commerciale), che vede impiegati 1.050.000 lavoratori, oltre a 800.000 volontari, e che si svolge in 155.908 impianti sportivi.

Ma ci sono anche singoli fatti ed episodi, come veniva prima ricordato, che dimostrano come regole, leggi e norme statutarie riguardanti l’insieme delle attività sportive siano inadeguate alla nuova realtà, anche se molti passi in avanti si sono compiuti nell’ultimo decennio. La drammatica morte di Pantani, gli incidenti all’Olimpico e a San Siro, la crisi finanziaria delle società calcistiche, l’evasione contrattuale e previdenziale sia per gli atleti che per i lavoratori del mondo dello sport: tutti questi fatti non sono che la punta dell’iceberg di aspetti eclatanti e clamorosi che vanno affrontati. Certo, dalla Legge 426 del ’42 (che definiva la natura giuridica e pubblica del CONI, sorto come ente privato nel 1907, e la struttura dello sport in Italia) a leggi come la 166 del ’77, fino alla 15 del 2004, si sono attuate delle modifiche per adeguarsi alle norme introdotte dall’UNESCO nel ’78 con la Carta internazionale per l’educazione fisica e lo sport, a quelle del CIO del ’95 con la Carta olimpica e a quelle del Consiglio europeo con la Carta europea dello sport, ma l’insieme delle leggi approvate in questi anni in Parlamento con uno sforzo unitario (quasi sempre sulle materie sportive c’è stato un voto trasversale, anche se con confronti e scontri aspri... Mi riferisco alla violenza negli stadi, alle leggi quadro più in generale che si sono adottate per quanto riguarda il doping, le società dilettantistiche, la struttura del CONI, lo sport per i disabili, il Fondo Onesti) è ancora insufficiente, a nostro parere. E’ necessario definire, con l’apporto di tutti, una legge quadro generale in cui stabilire le linee guida riguardanti l’organizzazione dello sport, gli impianti sportivi, l’aspetto delle pari opportunità tra sport femminile e sport maschile, la tutela sanitaria e la sicurezza, i trattamenti economici e previdenziali degli atleti, dei tecnici, dei lavoratori del settore sportivo.

Riassumo quelle che sono le sei problematiche che dovrebbe affrontare la legge quadro.

Primo: l’organizzazione dello sport. Complessivamente, vi è stata una serie di interventi - dal decreto Melandri, alle modifiche introdotte con il Decreto legislativo 15/2004, nonché con la bozza di statuto del CONI approvata in via preliminare il 23 marzo scorso - che però nel loro insieme non danno, a nostro parere, quell’assetto che è necessario a uno Stato come il nostro, che è parte integrante della Comunità europea, che dal primo maggio è costituita da venticinque Stati e da quattrocentocinquanta milioni di abitanti.

Quando parliamo di organizzazione dello sport, intendiamo parlare di strutture e finanziamenti, di ciò che è sport olimpico e ciò che è sport dilettantistico, di sport che deve diventare materia di studio obbligatoria a tutti i livelli scolastici (da un’indagine del Ministero della Cultura e dello Sport emerge che un ragazzo su cinque dai sei ai sedici anni non fa nessuna attività sportiva).

Sport professionistico. E’ necessario definire norme che assicurino trasparenza, che pongano fine ai falsi in bilancio e alle evasioni fiscali e contributive, come evidenziato dai decreti “salvacalcio” e “spalmadebiti”.

Sport dilettantistico. Qui, riconoscendo le società sportive dilettantistiche, si è compiuto un grande passo in avanti con la Finanziaria del 2003, però, poiché il Governo ha rifiutato un nostro emendamento, il regolamento non è stato ancora attuato. CONI e Governo rifiutano di riconoscere il ruolo delle Regioni e quindi vi è contrasto tra Regioni e Stato nella definizione del regolamento attuativo.

Sport per disabili. In questo campo si è fatto un salto in avanti con la legge approvata lo scorso anno, ma mancano i finanziamenti.

Sport nell’esercito, nei corpi di polizia, nelle università.

Sport come attività amatoriale svolta a tutte le età.

Io ho solo indicato delle tipologie, ma è necessario predisporre delle norme di carattere generale attraverso una legge quadro, affidando poi l’attuazione delle stesse ai regolamenti e alle leggi regionali, coinvolgendo le Società sportive, le Federazioni, gli Enti di promozione, gli Enti locali e le Regioni, come ricordava Marantelli per quanto riguarda la legge lombarda.

Secondo: impianti sportivi. I centocinquantamila impianti esistenti, il 57% dei quali concentrato al Nord, sono inadeguati e insufficienti. Certo, un passo avanti si è compiuto dando priorità alle società dilettantistiche nell’affidamento della gestione degli impianti, anche di quelli scolastici, ma ciò è insufficiente, perché insufficienti sono le risorse assegnate all’Istituto per il Credito Sportivo e perché, contemporaneamente, mancano adeguati finanziamenti, stante i ruoli che hanno Regioni ed Enti locali in questa direzione, per realizzare impianti e opere di manutenzione. Se si vuole che lo sport sia per tutti e che sia praticabile a tutte le età, servono molti più impianti e ben mantenuti, diversamente questo obiettivo non si realizza.

Terza problematica da affrontare nella legge quadro: pari opportunità nello sport tra maschi e femmine. I successi raggiunti dalle atlete italiane nelle diverse specialità sportive in Europa e nel mondo sono l’espressione della diffusione dello sport fra le donne, nonché dello sviluppo delle società sportive femminili, però questi risultati sono principalmente merito dell’impegno e dei sacrifici delle atlete e delle società sportive femminili; impegno a cui non corrisponde un analogo contributo da parte dello Stato, degli Enti locali e più complessivamente della società sportive in generale. Un esempio di tale discrepanza è evidenziato dalla diversità di spazio che i media (radio, televisioni, giornali) dedicano allo sport femminile rispetto allo sport maschile. Vanno quindi definite delle norme affinché, come si è fatto sul piano istituzionale modificando la Costituzione, siano garantite pari opportunità e siano assicurati i necessari finanziamenti per l’attività sportiva delle donne e alle società sportive femminili.

Quarta problematica: tutela sanitaria e sicurezza nello sport. Questa è una problematica nuova che è emersa con la diffusione della pratica dello sport e dell’uso di sostanze dopanti anche fra i dilettanti, fra i ragazzi delle scuole, ma anche fra gli anziani che svolgono attività sportive amatoriali, nonché con l’aumento di infortuni gravi e mortali. Con la Legge 376 del 2000 e poi con la Finanziaria si sono compiuti dei progressi, con l’estensione dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni gravi e mortali, però questo non è sufficiente. Basti ricordare che cosa ha significato cancellare dai LEA (norma attuata dal governo) le visite mediche sportive: anche se alcune Regioni le hanno reintrodotte, fondamentalmente per i giovani e per chi è più in difficoltà, cioè gli anziani, sono escluse. Bisogna quindi ripensare a una normativa che affronti il problema della prevenzione sul piano della salute attraverso un costante controllo e un monitoraggio sanitario di chi fa sport, con una generalizzazione dell’assicurazione infortunistica.

Quinta problematica: il trattamento economico e previdenziale degli sportivi. Qui c’è una vera e propria giungla. Basti pensare ai trattamenti economici e previdenziali corrisposti agli atleti e agli allenatori: si va dai calciatori (ottanta di essi sono fra i cinquecento più ricchi d’Italia) meglio pagati del mondo, a chi (ne conosco molti), campioni europei e mondiali e loro allenatori, ricevono dei rimborsi spese che non sono sufficienti nemmeno per tirare a campare mensilmente. E’ una situazione aberrante. Per non parlare della copertura previdenziale. Al Fondo previdenziale dello sport (io faccio parte della Commissione di controllo degli Enti previdenziali), presso l’ENPAS, si registrano questi dati: 6.200 gli iscritti attivi su 6 milioni di atleti, 21.467 i cosiddetti silenti (cioè coloro per i quali si sono versati dei contributi e poi si è smesso), 1.169 gli sportivi che beneficiano di una pensione. Credo che un confronto di questi dati con i sei milioni di sportivi che svolgono attività agonistica valga di più di ogni mio commento.

Con la legge del 2003 si è istituito il Fondo Onesti, per assicurare ogni anno a cinque nuovi sportivi, ex campioni, almeno quindicimila euro all’anno per sopravvivere. Credo che questo sia un fatto positivo, ma che non corrisponde a quelli che sono i problemi del mondo dello sport, in particolare delle centinaia di campioni sportivi che sono in vere difficoltà. Io ne conosco alcuni e alle volte sto male. Abito a Sesto San Giovanni e voi ricorderete chi ci abitava: un campione del mondo, al quale solo gli amici consentivano di mettere insieme colazione e cena.

Si tratta quindi di definire, nell’arco di un certo periodo, coinvolgendo federazioni, società, atleti e loro organizzazioni, una norma contrattuale nazionale che preveda il trattamento economico riguardante il tempo pieno, il tempo parziale, la collaborazione e il volontariato, valida per i professionisti, i dilettanti e i tecnici. Inoltre, va definita una norma secondo cui per gli allievi e i dilettanti minori di età non si possono stipulare contratti vincolanti a vita con le società firmati dai genitori. Sul piano previdenziale, vanno riviste le norme ENPAS, vanno definite regole che consentano la totalizzazione dei contributi, quando si versano al fondo sportivo e quando si svolge un’attività normale, in modo da avere una pensione. Infine, va affrontata la questione dell’assicurazione antinfortunistica.

L’ultima problematica riguarda i lavoratori addetti allo sport, che, a parte gli ottocentomila volontari, secondo un opuscolo pubblicato nei mesi scorsi dal Ministero della Cultura e dello Sport, sono oltre seicentomila; ma la nostra valutazione è che sono più di un milione e cinquantamila. I quattro contratti nazionali che regolano i rapporti di lavoro tutelano cinquantamila di questi lavoratori. Che essi siano più di un milione, come noi riteniamo, o che siano seicentomila, come dice il Ministero, la stragrande maggioranza è comunque priva di tutele contrattuali, previdenziali e assicurative. Quando vi è stata l’emersione del nero, noi abbiamo introdotto con un emendamento alla legge la possibilità per le società sportive di accedere a un condono, ma neanche una società sportiva ha regolarizzato uno solo delle centinaia di migliaia di lavoratori irregolari. E’ quindi necessario definire un contratto unico nazionale, con diverse norme e diversi capitoli, che riguardi tutto il mondo del lavoro dipendente nel settore dello sport e che, oltre a trattamenti economici e normativi, preveda l’assicurazione previdenziale e l’assicurazione antinfortunistica.

Finisco dicendo che noi abbiamo fatto dei passi in avanti, ma bisogna compierne altri. Durante la discussione in Senato delle norme che io ho richiamato, il governo aveva accolto un ordine del giorno firmato da senatori di tutti i gruppi parlamentari in cui ci si impegnava a realizzare la Conferenza nazionale dello sport preparata dalle Conferenze regionali. Questa Conferenza prima è stata rinviata a causa del semestre italiano, adesso viene rinviata perché ci sono le Olimpiadi. Non vorrei che si arrivasse alla fine della legislatura senza che si sia compiuto un passo avanti. Si tratta di fare un salto di qualità. Il Parlamento sta per approvare l’istituzione di una commissione d’indagine e d’inchiesta sulla situazione del calcio e questo è un passo avanti, ma non basta. La Conferenza nazionale dei DS dello scorso anno ha assunto i principi che qui io ho ricordato nel programma dei Democratici di Sinistra, la Conferenza del Terzo Settore lo scorso febbraio ha assunto gli stessi principi. Voglio dire che più forze possono contribuire a far compiere nel campo dello sport - uno sport che sia per tutti e a tutte le età - il salto qualitativo necessario. Io penso che noi dobbiamo coinvolgere la Regione; io l’ho fatto anche andando alla Conferenza della Lega Nord e l’impegno del Presidente del Consiglio regionale vi è stato.

Dobbiamo partire, in Lombardia, dalla Conferenza regionale dello sport, che deve coinvolgere tutti, in modo da rilanciare a livello nazionale un programma che dia le risposte necessarie, in questo secolo, al mondo dello sport, dall’infanzia alla vecchiaia.


Mario CARLETTI - Consiglio Superiore Sanità

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Buongiorno a tutti. Mi chiamo Mario Carletti e sono specialista in medicina dello sport, ortopedia e medicina spaziale e aeronautica; sono professore alla Scuola di Specialità in Medicina dello Sport dell’Università dell’Insubria e faccio parte del Consiglio superiore di Sanità.

Ringrazio gli organizzatori per l’invito e in particolare Daniele Marantelli, che in questi anni ha sempre avuto un orecchio attento e un cervello pensante, per quanto riguarda i problemi dello sport e della medicina dello sport. Temo che Marantelli abbia fatto ciò per bieco interesse personale, perché vuole continuare a giocare a pallone e prendere a calci il Ministro Maroni, con una scusa... Vedremo di trovargli la medicina adatta.

Due sono i motivi del mio intervento. Il primo motivo è che, a seguito di uno studio recentissimo da noi fatto con l’Istituto Italiano di Medicina Sociale, che è ancora in via di completamento, abbiamo raccolto dei dati su una popolazione di tecnici e di medici non specialisti riguardo alle conoscenze in materia di doping e abbiamo ottenuto, ahimè, delle risposte sconcertanti; infatti, circa il 35% delle persone interessate non sa distinguere un antinfiammatorio da una sostanza considerata dopante. Il secondo motivo del mio intervento è che sono stato convocato per domani dalla Guardia di Finanza, la quale vuole avere delle risposte, in una ridente provincia della Lombardia, riguardo all’uso e allo spaccio di anabolizzanti nelle palestre.

Il problema, quindi, non è così lontano, ce l’abbiamo praticamente in casa. In questo senso, io mi sono ripromesso, in ogni occasione che avrò, di rifilarvi una breve lezioncina sulla differenza che esiste fra sostanze dopanti, farmaci e integratori. Sono convinto che la repressione non serva a nulla e che, come hanno detto i relatori che mi hanno preceduto, solo con l’educazione possiamo sperare di avere qualche risultato.

Che cosa significa “doping”? L’etimologia della parola ci spinge verso l’olandese o le lingue anglosassoni. Probabilmente, il significato originario è quello di salsa, miscuglio, intruglio, quindi qualcosa che già dovrebbe destare sospetto. Da noi il termine “doping” viene utilizzato con riferimento a qualsiasi sostanza che sia atta a cambiare la prestazione di un individuo, ma anche le caratteristiche morfologiche di alcuni animali (per esempio, per aumentare il peso degli animali da macellazione). Diciamo che il termine “doping” si usa per significare l’utilizzo di sostanze o di metodi sottoposti a una normativa ben precisa e quindi inseriti in un elenco di sostanze e di metodi che vengono considerati dopanti; tutto ciò che non è contenuto in questo elenco non può essere classificato come dopante.

Le sostanze e i metodi dopanti si possono dividere in due categorie: sostanze e metodi proibiti in e fuori competizione, sostanze e metodi proibiti solo in particolari discipline. Per quanto riguarda la prima categoria, un esempio di sostanze proibite sono gli stimolanti, i narcotici, i cannabinoidi, gli anabolizzanti, gli ormoni, i beta-2 agonisti, le sostanze con attività antiestrogenica, gli agenti mascheranti e i glucocorticosteroidi; i metodi proibiti sono quelli che vengono utilizzati per aumentare il trasporto dell’ossigeno verso le nostre cellule, le manipolazioni farmacologiche, chimiche o fisiche delle sostanze e il doping genetico o cellulare. Alcune sostanze, invece, sono proibite solo in alcune discipline particolari, per esempio l’alcol e i betabloccanti. Questo significa che, se io vado a fare un controllo antidoping, per quanto riguarda la prima categoria cercherò tutte le sostanze proibite, per quanto riguarda la seconda, cercherò solo determinate sostanze, in situazioni particolari e con sportivi particolari.

Un semplice esempio di stimolante è la caffeina, che tutti noi utilizziamo ogni giorno con il caffè e che è considerata dopante solo dal punto di vita quantitativo, cioè quando supera una certa soglia.

Che funzione ha, lo stimolante? Lo stimolante aumenta l’attenzione e la reattività, quindi può non essere utilizzato esclusivamente dallo sportivo, può essere utilizzato anche dal camionista che deve guidare diciassette ore invece che sei.

I narcotici servono per farci superare il dolore. I cannabinoidi (per esempio l’hashish e la marijuana) sono proibiti perché hanno un effetto depressivo sul sistema nervoso centrale; all’inizio danno una sensazione di euforia, quindi diminuiscono la soglia di capacità di distinguere tra il rischio e il non rischio, poi abbassano la reattività e la concentrazione.

Gli agenti anabolizzanti servono ad aumentare la massa muscolare. L’esempio più chiaro di utilizzo di agenti anabolizzanti si ha nei soggetti che fanno gare di culturismo e che hanno masse muscolari esagerate.

Gli ormoni sono sostanze che utilizzano un messaggio per far sì che altre cellule reagiscano in un determinato modo. Uno dei più conosciuti è l’eritropoietina, un ormone che invita il nostro organismo a produrre una quantità in eccesso di globuli rossi e stimola quelle cellule che trasportano più ossigeno alle fibre muscolari.

Ci sono poi le sostanze con attività estrogenica, che hanno anch’esse un effetto anabolizzante.

Gli agenti mascheranti sono quelli che si prendono per far sì che durante il controllo antidoping non venga trovata la sostanza che in realtà è stata assunta.

I glicocorticosteroidi vengono utilizzati per la loro azione antinfiammatoria e il loro uso è limitato al tipo di somministrazione; per esempio, si possono utilizzare per infiltrazione, ma non intramuscolo.

I farmaci appartengono a un’altra categoria. Il farmaco è una sostanza in grado di indurre, attraverso azioni chimiche, modifiche della funzione biologica. I farmaci sono permessi, quindi, e vanno somministrati seguendo delle procedure che sono note a tutti. Generalmente, essi vengono divisi in base al recettore a cui si legano, cioè al sito dove vanno ad agire, e hanno diverse caratteristiche, ad esempio per quanto riguarda la curva dose/risposta (più se ne dà, più la risposta è alta, perlomeno fino a un certo punto), hanno caratteristiche particolari, come una diffusione che può essere attiva o passiva, e caratteristiche biochimiche ben precise. Anche i farmaci possono essere divisi in classi: gli antibiotici (che vengono utilizzati contro le infezioni batteriche), gli antipertensivi, gli antiaritmici, i diuretici, gli anestetici.

La terza categoria è quella degli integratori, che non hanno nulla a che vedere con il doping. L’integratore, lo dice il nome stesso, è una sostanza che serve a integrare, che va data quando manca, che quindi viene aggiunta come supplemento alle diete, quando queste diete non sono in grado di soddisfare le richieste dell’organismo. Noi per dieta intendiamo tutto ciò che viene assunto di liquido e di solido nell’arco della giornata, quindi è chiaro che in condizioni particolari un supplemento è fondamentale. Facciamo l’esempio più comune: una donna che ha delle mestruazioni particolarmente abbondanti, che va incontro a carenza di ferro, avrà un grandissimo vantaggio da un’integrazione con del ferro. Esempi di questo tipo ne abbiamo centinaia, ma gli integratori non sono né farmaci né sostanze dopanti.

Gli integratori quando servono? Vista la premessa, in realtà gli integratori servono solo nel caso in cui ci sia un eccessivo consumo di una delle sostanze che noi andiamo a integrare, ma, considerando le nostre condizioni medie alimentari (parlo di “ciccialand”, cioè dell’Italia), nella stragrande maggioranza dei casi non sono necessari, se non per categorie estremamente particolari. E’ evidente che i sali minerali contenuti in un minestrone sono più che sufficienti per il nostro fabbisogno, quindi non è necessario assumere la bibita che integra la perdita di sali, a meno che non ci siano situazioni particolari: chi fa la maratona nel deserto e cammina otto o dieci ore avrà bisogno di una reintegrazione di liquidi e di sali minerali particolare. Gli integratori, quindi, si possono utilizzare in caso di sforzi intensi e prolungati.

Gli integratori possono essere divisi in base alla categoria di sostanze che vanno a reintegrare. Per esempio, abbiamo prodotti finalizzati all’integrazione energetica, quindi con carboidrati (i carboidrati sono quelle molecole che noi utilizziamo per produrre energia, quindi nella borraccia del ciclista, che fa un grandissimo sforzo, ci sarà dell’acqua, ma ci saranno anche delle maltodestrine, che sono dei carboidrati particolari di facile assorbimento), oppure prodotti con minerali per reintegrare le perdite avvenute con la sudorazione.

Ci sono situazioni particolari in cui è necessario, ad esempio, aumentare la massa muscolare. Noi non possiamo moltiplicare il numero delle nostre cellule muscolari, però possiamo far diventare le cellule muscolari singolarmente più grosse assumendo una maggior quantità di proteine e ciò avviene con un’integrazione di proteine o di aminoacidi ramificati. Ci sono poi altri prodotti, come la creatina e la carnitina... Molti di voi avranno letto sui giornali le polemiche che sono sorte ultimamente. Guariniello non ha ancora finito la sua indagine sul mondo del calcio e in modo specifico sulla Juventus... In questo caso, il punto dolente è la creatina, non nel senso di doping, nel senso di utilizzo di una sostanza in quantità difformi rispetto a quanto indicato dalla casa produttrice, quindi il problema è totalmente diverso.

La mia sensazione è che, se noi non comunichiamo quelle che sono delle nozioni elementari a partire dalle scuole e se soprattutto non spieghiamo ai nostri ragazzi quali sono le controindicazioni nell’utilizzo di determinate sostanze, perderemo sempre la partita. Ormai sono vent’anni che io faccio il lavoro che faccio e posso dire che il doping è sempre un anno avanti rispetto ai controlli e lo sarà sempre, perché, dal punto di vista tecnologico e dal punto di vista degli investimenti, le forze in campo sono totalmente diverse.


Maurizio CASASCO - Vicepresidente Medici Sportivi

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Sono Maurizio Casasco, Vicepresidente Medici Sportivi, docente della Scuola di Specialità in Medicina dello Sport di Brescia.

Intanto ringrazio tutti voi e in particolare Daniele Marantelli, che oggi si sentirà fischiare le orecchie, ma che merita di essere citato più volte, perché in Lombardia in particolare, ma un po’ in tutta Italia, Marantelli è stato per noi, e di conseguenza per la tutela della salute degli atleti italiani e dei giovani in particolare, una specie di Ulisse: quando la medicina dello sport è uscita dai LEA, nel ’94 prima e nel 2002 poi, Daniele Marantelli ha combattuto una battaglia, per non dire qualcosa di più, che ha portato la Lombardia, su sua pressione e di pochi altri, a riproporre la medicina dello sport come strumento per la tutela della salute, gratuito per i giovani e per i portatori di handicap. Quindi oggi io sono qui proprio per esprimere la mia riconoscenza per quanto lui ha fatto per tutti gli sportivi e in particolare per i giovani. Non dobbiamo dimenticare che gli sportivi non sono solo i professionisti, gli agonisti, sono tutti i nostri bambini dagli otto anni in su, i quali, dai bambini che fanno nuoto alle bambine che fanno ginnastica artistica, sono oggi in condizioni di curare la propria salute attraverso una visita di prevenzione attuata con la medicina dello sport; prevenzione che oggi in Italia il nostro sistema sanitario non assicura, se non attraverso la visita medico-sportiva e attraverso la medicina del lavoro con la 626. Non dimentichiamoci che i nostri ragazzi vanno dal pediatra per la scarlattina, il morbillo e quant’altro fino a cinque, sei, sette, otto anni, ma non fanno mai un elettrocardiogramma, se non nel caso di una visita medico-sportiva, che quindi diventa un mezzo di prevenzione doverosa, nell’ambito del nostro sistema sociosanitario nazionale. In particolare la Lombardia, grazie a Marantelli, è stata un’antesignana, riproponendo una legge lombarda che dal dicembre 2003 riporta la medicina dello sport nei LEA.

Ringrazio anche il professor Carletti per la sua dotta spiegazione. Carletti mi ha un po’ anticipato, sostanzialmente, rispetto a quanto io dovrei illustrare. Cioè, al di là delle chiarissime spiegazioni mediche, cliniche e biochimiche del professor Carletti, io dovrei parlarvi di ciò a cui la legislazione nel mondo, in Italia e in Lombardia, sta portando, perché un conto è parlare di doping dal punto di vista medico, clinico, biochimico, un altro conto è parlare di doping dal punto di vista legislativo.

Oggi il mondo, dopo molta confusione, sta cercando di uniformarsi rispetto alla grande battaglia contro il doping, che prima era biochimico e adesso sta diventano anche genetico. Noi siamo in Europa, quindi siamo nel mondo e nel mondo c’è un’organizzazione, la WADA (World Anti-Doping Agency), la quale, dopo alcune battaglie tra universo sportivo del CIO e universo politico, è riuscita a costituirsi a Montreal, in Canada, nel ’95, e successivamente a predisporre una legge mondiale, nel 2003, sull’antidoping. La WADA è formata per il cinquanta per cento dai governi e per il cinquanta per cento dal CIO, quindi governi e mondo olimpico internazionale si sono uniformati, dal primo gennaio 2004, alle regole imposte dalla WADA, le quali hanno dovuto essere recepite immediatamente anche dal CONI.

In Italia, il CONI in ottobre ha promulgato una legge che obbliga tutte le Federazioni ad adeguarsi entro il 31 dicembre 2003; la Federcalcio è stata la prima a farlo il 6 gennaio 2004, le altre ci stanno arrivando, per cui credo che entro l’estate saranno tutte uniformate. E così nel resto del mondo. In più, in Italia esiste, come anche in qualche altro stato, una legge nazionale del gennaio 2001 che identifica le sostanze e i principi attivi dopanti. Quindi c’è una giustizia sportiva e c’è una giustizia ordinaria. I governi che non avevano alcuna legge si sono adeguati alle regole della WADA, i governi di paesi che hanno una legge, come l’Italia, sono un po’ in lotta, ma dovranno anch’essi uniformarsi, in modo da arrivare ad avere tutti una sola legge, che di fatto esiste e che si può trovare sul sito Internet della WADA.

Il CIO e la WADA hanno identificato le sostanze dopanti attraverso i principi attivi... E qui, a mio avviso, l’Italia ha fatto un’ottima legge, però c’è una imperfezione, perché, oltre ai principi attivi, lo Stato italiano ha identificato anche i farmaci che sono considerati sostanze dopanti. Questa cosa potrebbe anche essere positiva, però, perché si possa fare riferimento al sistema penale, ci deve essere una pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ma con l’aggiornamento semestrale o annuale, vista la quantità di farmaci che entrano in commercio e la quantità di farmaci che escono... Cioè, sulla Gazzetta Ufficiale c’è una pubblicazione di farmaci e di principi attivi e quindi c’è già una grande confusione, perché si può essere colpiti penalmente per un principio attivo, ma se il farmaco non c’è... Quindi, di fatto, oggi - e i nostri parlamentari è giusto che lo sappiano - c’è una situazione di grande confusione.

La Federazione Medico Sportiva, che si deve occupare anche della tutela della salute, che cosa ha fatto?

Allora, noi oggi gestiamo sostanzialmente, sia come ispettori antidoping, sia come laboratorio unico in Italia, quello di Acquacetosa, sia per il CONI, sia per lo Stato italiano, i prelievi e il laboratorio antidoping; ugualmente, abbiamo un problema di educazione. In questo senso, grazie all’ingegner Monteverdi (che è qui con me oggi), Consigliere delegato di Farmadati, la società ufficiale di riferimento della banca dati di Federfarma... Cioè, loro hanno una banca dati sui farmaci italiani, su quello che c’è nelle farmacie e negli ospedali, sui prodotti veterinari, aggiornata quotidianamente via Internet. Noi abbiamo quindi creato una joint venture tra questa società e la Federazione Medico Sportiva Italiana. Abbiamo utilizzato la banca dati ufficiale di Federfarma attraverso Farmadati, fornendo tutto il know-how per quanto riguarda la legislazione antidoping. Accedendo al sito, dunque, si ha tutta la legislazione internazionale della WADA, tutta la legislazione statale e tutta la legislazione del CIO e si ha la possibilità di andare a verificare, attraverso sia il nome di banco del farmaco sia il principio attivo, che ha diversi nomi farmacologici, la composizione del farmaco, le prescrizioni, eccetera, con la segnalazione di ciò che è doping e di ciò che non è doping, di ciò che è doping per lo Stato e di ciò che è doping per il CONI, anche se direi che al 99,9% oggi c’è una coincidenza, però di fatto abbiamo da una parte un sito con la pubblicazione della Gazzetta Ufficiale e dall’altra il sito della Federazione Medico Sportiva che riporta sia i farmaci considerati dopanti dal CIO sia quelli considerati dopanti dallo Stato, e anche i principi attivi. Questo credo che sia uno strumento straordinario, unico in Italia, che non ha né lo Stato né il CONI, uno strumento a disposizione delle persone perbene, perché quelli, medici e atleti, che vogliono doparsi, forse ne sanno più di noi, mentre tra le persone corrette, medici di base, preparatori atletici, allenatori, gli stessi atleti, c’è tanta disinformazione.

Ora vorrei portare, insieme all’ingegner Monteverdi, due esempi pratici.


Renato MONTEVERDI

Per quanto riguarda la parte informativa, un esempio è dato dal raggruppamento delle varie leggi a cui ha accennato il dottor Casasco. Nella legislazione italiana, in materia di legge antidoping sono usciti vari decreti (l’ultimo è quello del gennaio 2004) e tutti sono stati riportati, per cui c’è la possibilità di andare ad analizzare il contenuto di ogni singolo decreto. Analogamente, c’è l’elenco di tutte le singole Federazioni e c’è un elenco che viene aggiornato in base alla comunicazione da parte della singola Associazione di essersi adeguata alle normative del CONI.

Per quanto riguarda la consultazione, è possibile accedere ai vari archivi: l’archivio del Ministero, l’archivio del CIO, una banca dati globale che contiene tutti i farmaci dopanti e non dopanti, per cui chi conosce il nome del farmaco e non conosce il principio attivo, quindi non sa se si tratta di uno stimolante o di un anabolizzante, può accedere alla banca dati complessiva, verificare se il farmaco è dopante o non è dopante e conoscere tutte le caratteristiche del farmaco stesso.

Per esempio, prendiamo il Ventolin. Sono riportati tutti i Ventolin in commercio e nella parte finale della videata ci sono due simboli: quello rosso significa che il prodotto è considerato dopante per il CIO, cioè ha un principio attivo che il CIO ha riconosciuto come dopante; l’altro sta a significare che il prodotto è considerato dopante dal Ministero. La differenza sta nel fatto che, se escono prodotti nuovi prima che il Ministero abbia aggiornato l’ultima comunicazione, il CIO, lavorando sul principio attivo, automaticamente considera dopante ogni prodotto nuovo che entra in commercio e che contiene quel determinato principio attivo.

Maurizio CASASCO

Il Ventolin ha una limitazione d’uso, cioè può essere somministrato per aerosol e non per capsule, ma adesso la WADA ha ordinato, nelle sue indicazioni internazionali, che i farmaci al di fuori... Cioè, c’è una specifica commissione che giudica alcuni casi in cui si possono utilizzare determinati farmaci. Ad esempio, il Nandrolone è vietato, ma se un giocatore di scacchi si è rotto un braccio e deve utilizzare il Nandrolone, c’è un’apposita commissione che può rendere possibile la cosa, ovviamente non se si tratta di un sollevatore di pesi. In questo senso, c’è una discussione in corso. Anche la pena di due anni imposta dalla WADA ha fatto sorgere una discussione tra gli organismi internazionali, perché, si dice, una ginnasta in due anni può avere la carriera rovinata, mentre chi fa il tiro al piattello... Quindi la normativa è ancora tutta in essere.

Renato MONTEVERDI

Venendo al dettaglio, se clicco sulla descrizione del prodotto, vedo le caratteristiche in dettaglio del prodotto stesso. Nel caso del Salbutamolo, del principio attivo del Ventolin, esistono delle restrizioni o delle possibilità di utilizzarlo a fronte di determinati aspetti operativi, quindi viene descritto tutto quello che bisogna fare per poterlo utilizzare in determinati casi.

Maurizio CASASCO

Siccome il Ventolin è un broncodilatatore che serve per gli asmatici, ma che in realtà ha degli effetti dopanti, c’era stata tutta una serie di atleti che si era presentata con dei certificati medici (quindi in queste cose c’è anche la complicità dei medici) da cui risultava che questi atleti erano tutti asmatici.

Renato MONTEVERDI

Il dettaglio delle informazioni mi dà tutte le caratteristiche del prodotto (forma farmaceutica, acquisto del prodotto con ricetta o senza ricetta, anche il prezzo). C’è poi la possibilità di analizzare il foglietto illustrativo, di conoscere la storia del prodotto, di sapere se ha subito delle variazioni, oppure delle revoche prima di essere rimesso in commercio, di conoscere le grammature, cioè la composizione in termini di principio attivo. E’ chiaro che, laddove il prodotto contiene più di un principio attivo, ogni principio attivo è presente in una determinata composizione, per cui c’è la possibilità di capire come è composta la singola molecola del prodotto.

Maurizio CASASCO

La cosa è molto specifica e riguarda i medici e gli operatori sportivi. Ciò che interessa gli atleti, invece, è il simbolino “doping” o “non doping”.

Ancora un minuto per dire che noi parliamo sempre di antidoping, ma la legislazione e soprattutto gli strumenti politici ci devono mettere in condizioni di educare e formare per quanto riguarda l’attività antidoping. Io credo che questo si possa fare tranquillamente, senza che ci sia alcuna spesa per la Regione, attraverso proprio il momento delle visite d’idoneità agonistica, oppure utilizzando degli strumenti come il web, che possono arrivare anche nelle scuole.

Altra cosa: quando si parla di educazione sanitaria, spesso si dimenticano i medici specialisti in medicina dello sport. Ad esempio, nelle palestre, rispetto a cui anche le leggi, compresa la nostra regionale, parlano di scienze motorie, non è prevista la certificazione medica dei medici di base o quanto meno una visita dei medici dello sport.

Per ultimo, io credo che nelle palestre si debba vietare la vendita dei prodotti integratori e che la situazione debba essere assolutamente normata, perché è vero, come dice il professor Carletti, che gli integratori non rientrano nella classe dei dopanti, ma noi sappiamo che negli integratori ci sono sostanze anche dopanti; al di là dei sali, eccetera, quelli che si vendono nelle palestre spesso sono integratori che contengono sostanze come il GH e gli anabolizzanti. Questo è il primo punto che bisogna combattere. Io dico che le palestre oggi (non tutte, ovviamente) sono in una situazione, per quanto riguarda la vendita di integratori, che è da normare.


Giancarlo CERUTTI - Presidente Lega Ciclismo Professionisti

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Infatti pensavo che fosse un nasdis(?) per il Ministro Maroni... Presidente della Federazione Ciclistica, Presidente della Lega Professionisti... E’ perdonato, visto che molti organizzatori sono di Varese e io non so quali possano essere i rapporti con gli organizzatori di questa iniziativa...

Allora, sport pulito e per tutti. Io ho trovato molto interessanti le relazioni che sono state fatte finora. Io credo, mio malgrado, di essere un po’ un docente universitario, dal punto di vista delle conoscenze che ho maturato come presidente della Federazione Ciclistica in materia di doping. Questo lo dico perché il problema del doping noi lo affrontiamo in modo serio, non perché esista solo nel ciclismo, perché conosciamo regolamenti e leggi e abbiamo rapporti con le Federazioni internazionali.

Io posso dire semplicemente che ci sono dei grossi ritardi della politica da affrontare, per quanto riguarda i problemi dello sport, della lotta al doping e quindi dello sport pulito. In questo senso, ci sono due tipi di doping: il doping delle sostanze vietate, dei farmaci e quant’altro e il doping amministrativo. Io ritengo che noi siamo andati avanti per troppi anni con persone, poche o tante che siano, che dovevano vendere agli italiani, sportivi e non, dei grandi risultati, perché noi italiani dovevamo avere sempre dei campioni, vincere le Olimpiadi, battere i record, ma gli italiani non si sono mai chiesti come venivano raggiunti questi risultati. Il doping amministrativo appartiene soprattutto al calcio: si compravano calciatori e campioni che costavano l’ira di Dio perché vincessero i campionati, le coppe e quant’altro, ma nessuno si domandava se la società fosse in condizioni di sostenere la spesa che la realizzazione di questi obiettivi richiedeva. Quindi cosa si è venduto? I risultati. Come? Questo lo sapevano solo alcuni. Secondo me, c’è stata pochissima partecipazione e poca democrazia nel modo di gestire lo sport, soprattutto di vertice, ma non solo, anche nel mondo amatoriale, anche se questo ha caratteristiche diverse.

Il fatto che di tutto ciò si cominci a discutere, anche se un po’ in ritardo, è importante, perché prima bisogna conoscere le cose e poi fare delle scelte. Le scelte non sono semplici. Ad esempio, una delle accuse che le squadre, i corridori, i ciclisti rivolgono alla Federazione è che praticamente la Federazione ha fatto sì che tutti ce l’abbiano con il ciclismo, in materia di doping, molto meno in altri sport, perché negli altri sport si è più ricchi e si riesce a nascondere le cose e a far parlare di altro. Diciamo che anche qui c’è uno scontro di classe tra i corridori, che si considerano dei proletari (ma non tutti lo sono), e quelli, negli altri sport, che vengono considerati più ricchi. Scusate se faccio qualche riferimento per alleggerire un po’ il discorso, ma questa storia si ripete sempre... Cioè, la Federazione ciclistica ha fatto una scelta di cui ha pagato il prezzo: non ha nascosto nulla. Quando noi abbiamo capito che il fenomeno del doping era diffuso all’interno del nostro mondo, abbiamo detto: uno dei problemi principali dell’iniziativa della Federazione Ciclistica è la battaglia contro il doping, quindi affrontiamo questo problema, facciamolo venire a galla (anche se in parte con esso ci si dovrà comunque convivere), impegniamoci economicamente e finanziariamente, anche deludendo delle persone, gli sportivi, perché, quando si fanno i controlli, escono situazioni che uno sportivo non vorrebbe mai vedere.

Il problema del doping ha fatto emergere un altro tema importante che qui non è uscito, cioè: nello sport il rispetto delle regole è fondamentale. Sempre parlando di spirito di classe (uso questa terminologia anche se è un po’ superata), il fatto è questo: anche nello sport c’è chi pensa che per i campioni o per squadre importanti certe regole non valgano. Nell’immaginario collettivo, loro sono i campioni e guai se emergono elementi negativi nella loro prestazione. Pantani, per esempio, aveva creato grande interesse, aveva creato poesia e sogno e praticamente, per non rompere la poesia e il sogno, non ha rispettato le regole della Federazione Ciclistica Internazionale, che valgono per tutti, con tutta una serie di conseguenze, di rotture dal punto di vista del rapporto con l’ambiente. Quindi, dobbiamo dire che le regole valgono per tutti, nello sport, e se vogliamo fare una differenza, dobbiamo dire che valgono di più per il campione, che deve essere tale perché rispetta le regole.

Io posso dire una cosa: i rapporti della Federazione Ciclistica con il mondo dilettantistico sono sempre stati molto positivi, poi l’anno scorso è stato nominato il professor Salizzoni, che è responsabile del Centro Trapianti delle Molinette di Torino, e lui ha adottato un metodo di controllo, attraverso il laboratorio di Losanna (adesso lo fa anche il laboratorio di Roma), per cui nel giro di un mese sono stati trovati diciotto atleti, con controlli a sorpresa, che usavano eritroproietina, perché i controlli col metodo australiano non erano sufficienti, off e on... Da quel momento, i rapporti tra Federazione e società dilettantistiche sono andati sostanzialmente in crisi, perché queste devono spiegare ai loro sponsor perché hanno i corridori positivi, perché dicono che fanno fatica a trovare gli sponsor, mentre nelle squadre professionistiche sono questi che pretendono certe cose e mettono anche delle persone che possono garantire un prodotto di un certo tipo. Noi stiamo facendo una battaglia di qualità, ma questi devono sopravvivere, tirare fuori i soldi..., il direttore sportivo, lo stipendio e quant’altro. Allora chi gli rovina il giocattolino diventa persino un avversario.

Il problema è che le regole non sono mai sufficienti. Guardate il caso Mapei. La Mapei, che ha vissuto nel mondo del ciclismo come tutti gli altri in una certa fase, poi ha detto “io in questo mondo non ci posso stare”, vincendo anche tanto, e ha cominciato a mandare via dei corridori a rischio... Tre giorni prima della partenza del Giro d’Italia, l’ultimo anno, la Mapei organizza una conferenza stampa e nessuno sa su che tema. Strano, cosa dirà, la Mapei, tre giorni prima della partenza del Giro? Praticamente, la Mapei ha annunciato di avere acquisito la certificazione ISO 2000 per la squadra ciclistica, che quindi è diventata una squadra di qualità. Fatto sta che, dopo tre giorni, il primo a uscire dal Giro d’Italia per positività è stato un corridore della Mapei. Quindi capite che c’è una serie di meccanismi incredibili. La Mapei adesso è con noi nel progetto scuola, è al nostro fianco in una battaglia generale.

Sport pulito per tutti. L’attività amatoriale è quella numericamente più grande, dove girano tanti soldi. Io so di un rapporto tra un’associazione di farmacisti e la Federazione Medico Sportiva... Queste sono cose assolutamente importanti, però nel mercato gira ancora... Anche l’altro ieri... E non lo dico per dire che noi siamo a posto e gli altri no, ma dei due fermati uno è un colombiano e l’altro viene dalla ex Jugoslavia. Cioè, il problema dei mercati, soprattutto dei mercati non di qualità dei prodotti, trova ancora vie di un certo tipo, che non sono solo italiane. Voglio dire che noi molte volte viviamo delle contraddizioni che si pongono in un rapporto più generale con il mondo.

Vorrei fare solo una considerazione molto schematica: il problema del doping non l’abbiamo fatto emergere noi, come contraddizione..., sono state le multinazionali che hanno aperto lo scontro rispetto all’utilizzo di sostanze dopanti nello sport. Quando io sponsorizzo un atleta che porta la mia maglia con il nome N... o A..., se questo atleta vince sempre e io so che utilizza certe sostanze, io ci perdo negli affari... Dico la Federazione internazionale. Allora io metto ancora soldi se voi definite delle regole. I primi grandi scandali che hanno coinvolto alcuni campioni dei cento metri, dei duecento metri... Perché i record erano diventati più importanti. Vincere un titolo mondiale o anche una Olimpiadi... Guadagnavano di più a battere un record, rispetto invece a vincere una medaglia mondiale o olimpica. C’era un’esagerazione dettata da interessi delle multinazionali che hanno creato certe aspettative, ma hanno anche aperto delle contraddizioni per quanto riguarda il doping.

Io avrei molte altre cose da dire, però penso di avere espresso i concetti fondamentali.

Per arrivare alla Lombardia, la Lombardia vive delle contraddizioni; detto in termini sportivi, con certi atteggiamenti di chi vuole apparire forte, di chi vuole sapere tutto ed essere sempre il primo, perde di vista alcune battaglie di valore. Noi abbiamo sottoscritto un protocollo con il Ministero della Pubblica Istruzione, con i governi precedenti, per cui abbiamo trecentosettanta nuclei culturali e sportivi scolastici e siamo nelle scuole come Federazione con più di quarantamila ragazzini, ma l’unica Provincia della Lombardia che ha aderito è Milano, perché il Presidente ci crede, le altre Province storiche del ciclismo non ritengono che ci sia la necessità - perché a Bergamo ci sono tanti professionisti, a Brescia ci sono tanti professionisti e il ciclismo è grande - di compiere una battaglia culturale dall’inizio, entrando nelle scuole per spiegare come si deve fare sport.

Un altro tema non secondario, in Lombardia, è che l’attenzione è ancora puntata solo sulle grandi squadre di calcio, per cui molte discipline sportive soffrono di questa situazione, perché è più facile identificare la forza e la potenza della Lombardia nelle grandi prestazioni, senza entrare nel merito di come queste si realizzano, piuttosto che dare cittadinanza a tutte le discipline sportive, che invece devono avere cittadinanza, perché il rischio è che la cittadinanza ce l’abbia solo il calcio attraverso le grandi squadre. Io ritengo che, sottovalutando le altre discipline sportive, si minino alcuni elementi importanti di quelle che sono le tradizioni culturali della nostra Regione.

Agostino AGOSTINELLI

Grazie, Cerutti. Rispetto all’ultima cosa che hai detto, vorrei fare una piccola considerazione personale in polemica con Marantelli: io avrei voluto qui oggi, sotto qualunque veste, un esponente dello sport che io amo di più, cioè il basket. Non c’è... E va beh! Dixit et salvavit animam meam. L’ho detto perché ci tenevo a dirlo per... per fatti miei.

La parola ad Alberto Cova, che, per quanto bravo, dubito che ci farà rivivere le emozioni che ci hanno dato la sua medaglia olimpica e i suoi ultimi trecento metri.


Alberto COVA - Campione olimpico

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Buongiorno a tutti. Visto che sono vent’anni che ho vinto la medaglia olimpica, possiamo anche cominciare... Come?

...(Interruzione non udibile)...

Mi auguro che qualcuno se lo ricordi. Comunque sono passati vent’anni e oggi festeggio questa bella emozione personale, ma credo anche di tutti gli sportivi.

Intanto ringrazio l’amico Marantelli dell’invito.

Quando si parla di sport, è sempre un piacere poter portare la propria esperienza personale, legata non solo a quella che è stata la propria attività di atleta, ma anche, col passare degli anni, a una filosofia e a un pensiero da mettere sul tavolo per confrontarsi su quelle che sono le diverse tematiche dello sport. In questo senso, io vorrei uscire un po’ dal tema specifico del doping per parlare di ciò che significa sport.

Nel titolo dell’incontro di questa mattina troviamo le parole “sport, pulito, per tutti”, ma io credo che ci sia un significato più generale, cioè: nello sport in se stesso, nell’attività sportiva, nell’educazione fisica e motoria c’è già il concetto di pulizia. Volendo andare un po’ controcorrente, io dico che non è obbligatorio che tutti siano per forza degli sportivi, però ritengo che lo sport - come attività pulita in se stessa - significhi aggregazione, appartenenza, lealtà, educazione, crescita personale e sicuramente scuola di vita. Se noi, nel parlare di attività sportiva, mettiamo insieme tutti questi aspetti, già possiamo dire che lo sport, in sé, è pulito e che, se una persona si riconosce in questi aspetti, questa persona è predisposta in modo positivo a fare dell’attività sportiva. Non parlo di attività agonistica o di attività amatoriale, ma di attività fisica individuale, fatta da ognuno di noi per stare bene. Ripeto, non è obbligatorio che tutti facciano attività sportiva, però chi decide di farla per stare bene con se stesso, o come hobby, per occupare il proprio tempo libero, è necessario che si riconosca in questi aspetti.

Qui siamo in una sede istituzionale, dove Marantelli e i suoi collaboratori fanno politica, e fare politica significa amministrare non solo la cosa pubblica, ma anche le persone che usufruiscono della cosa pubblica. Allora io credo che sia necessario andare a puntualizzare le cose da fare, perché, quando una persona ricopre una carica istituzionale e con i propri pensieri e le proprie idee, le idee del proprio partito o della propria coalizione, deve amministrare la cosa pubblica, è necessario che questa cosa pubblica venga vista a trecentosessanta gradi. Voglio dire che lo sport non è una materia a sé stante, che interessa solo chi fa o vorrebbe fare sport o chi si occupa di organizzazione sportiva in genere, lo sport interessa tutti i cittadini, perché, quando parliamo di salute (e mi riferisco anche a chi amministra la salute e la sanità), dobbiamo pensare alla pratica sportiva, all’educazione motoria, all’educazione fisica, come a un mezzo per il cittadino di tutela della propria salute, quindi anche in termini di gestione delle risorse economiche è importante finalizzare una parte delle risorse che si hanno a disposizione allo sport e all’educazione fisica.

Vogliamo parlare di ambiente? Lo sport è la cosa più importante, in tema di ambiente. Una persona che passeggia in un bosco, che corre per strada, che fa attività sportiva, vive l’ambiente nel miglior modo possibile. Allora chi si occupa di ambiente deve avere l’opportunità di gestire la cosa pubblica e le risorse economiche che ha a disposizione anche in funzione di chi fa attività sportiva. Anche qui, stamattina, è stato detto che, se parliamo di ambiente, dobbiamo parlare anche di impiantistica sportiva e che, quando costruiamo un impianto sportivo, non dobbiamo pensare che lo costruiamo solo ed esclusivamente per la società sportiva, per la squadra di calcio, per cui dobbiamo recintarlo o tenerlo chiuso tutto il giorno, aprendolo solo per gli allenamenti e per l’attività agonistica; forse dobbiamo pensare che un impianto sportivo è un impianto aperto a tutti i cittadini, come un parco dei divertimenti, dove ognuno di noi dipinge la propria vita o occupa una parte della propria vita. Anche questo significa ambiente.

Vogliamo parlare di istruzione? Allora chi si occupa di istruzione e gestisce le risorse destinate all’istruzione deve pensare che, se lo sport è educazione, esso va inserito assolutamente tra le materie a cui sono dedicate le risorse destinate all’istruzione. Lo sport è un momento di vita importante, soprattutto per i giovanissimi, per coloro che si avvicinano alla scuola. Questa non è retorica, è la rappresentazione di un percorso che io ho vissuto sulla mia pelle, è il frutto di riflessioni che faccio oggi che sono più adulto e che ho l’opportunità di confrontarmi con il mondo dell’amministrazione pubblica e dell’organizzazione dello sport, che pongo sul tavolo per un dibattito e che ad ogni occasione cerco di presentare come mio pensiero su ciò che sarà il futuro.

Ma lo sport interessa anche il settore del turismo. I soldi spesi per il settore del turismo possono essere dedicati anche allo sport, sia pure in minima parte, perché oggi (l’ha detto bene il Presidente Cerutti) il mondo sportivo è per la stragrande maggioranza, in termini di tesserati e di numeri, amatoriale. Parlo dell’atletica, ma credo che sia così anche per il ciclismo. Quanta gente si sposta per fare sport? Quanta gente gira il mondo attraverso lo sport? Allora perché non dedicare delle risorse affinché questo modo di fare sport possa essere agevolato, oltre che utilizzato come mezzo di educazione nella nostra società?

Come vedete (e concludo perché non voglio tediarvi), ho dato degli spunti per fare delle riflessioni. Se qualcuno raccoglierà questi spunti, ne sarò ben contento.

Ancora una considerazione sulla distinzione tra ciò che è agonismo è ciò che è sport in genere. E’ vero, l’attività sportiva agonistica è la più rappresentata, in questo momento, quella che più colpisce i media e l’opinione pubblica, quella che poi fa da riferimento per tutti coloro che vogliono avvicinarsi allo sport, ma non dimentichiamoci che l’attività agonistica, sia pure costruita nelle società sportive con i più giovani, ai quali vengono date anche tecnicamente delle abilità per lo specifico sport, alla fine diventa una scelta di vita, quindi l’agonismo non può essere considerato come una professione.

Qui devo dire che sono contento che un senatore della Repubblica abbia parlato di prevenzione per gli sportivi che fanno attività agonistica e che per essa spendono dieci, quindici, vent’anni della propria vita, perché credono nelle proprie possibilità e su di esse investono, danno grande immagine a quella che è la Maglia Azzurra (che poi, per dirla come quando si giura nelle Federazioni, è “il simbolo sportivo della mia patria”). Sicuramente parliamo di gente che spende il proprio tempo per fare del bene a se stessa, ma anche alla comunità in generale, quindi è giusto che lo Stato produca una legge - io mi auguro in tempi brevi - che si occupi del futuro di questi atleti, perché, come ha detto il Senatore, non tutti gli atleti di vertice potranno avere una vita tranquilla in futuro, dopo l’attività agonistica, quindi è giusto che lo Stato riconosca qualcosa, in futuro, non solo a chi vince, ma a tutti coloro che hanno fatto una scelta di vita professionale. Perché dico questo? Perché lo sport agonistico non è tutto professionistico e allora, mentre gli sport professionistici sono garantiti dalle associazioni di categoria che si confrontano con la Federazione e con le leghe, la stragrande maggioranza dell’attività sportiva a livello nazionale non è garantita da nessuno, perché, non essendo professionistica, non c’è un associazionismo che ne assicuri il riconoscimento in futuro. Allora bisogna capire quali possono essere le possibilità di trasformare quello che ancora oggi è considerato dilettantismo, tra virgolette, non vero, in professionismo puro all’interno del sistema organizzativo sportivo.

Concludo e lascio a voi queste mie riflessioni. Ribadisco che ci sono milioni e milioni di persone la cui vita è legata alle attività sportive e che, come diceva il Senatore, queste attività interessano, in termini economici, il 3% del PIL.

L’organizzazione sportiva ha delle difficoltà, oggi, anche a causa di quelle che sono state e sono alcune posizioni politiche assunte. Forse il Presidente Cerutti può dare delle indicazioni e proporre delle soluzioni rispetto a quella che è la situazione dell’organizzazione sportiva, quindi del CONI, però è anche vero che l’agonismo rappresenta solo una piccolissima parte del mondo dell’educazione fisica e dello sport, quindi, se in termini economici vanno assolutamente riconosciuti finanziamenti al mondo dello sport agonistico, grandi risorse economiche vanno anche riconosciute al mondo delle attività sportive praticate dai cittadini, perché queste appartengono alla nostra società futura.

Agostino AGOSTINELLI

Grazie per il contributo non rituale.

La parola a Giorgio Lamberti, che, da primatista del mondo, è diventato un giovane e brillante, mi dicono, Assessore allo Sport del Comune di Brescia. ... Me lo dicono i bresciani, che io non amo tantissimo, essendo bergamasco.

Giorgio LAMBERTI - Assessore allo  Sport del Comune di Brescia

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Il tempo poi dirà qual è la verità.

Anch’io ringrazio gli organizzatori per la cortesia e per la possibilità che mi viene offerta di sviluppare alcune riflessioni.

A me pare che da questo incontro stiano emergendo contenuti e propositi estremamente importanti e profondi. Ho ascoltato con attenzione il Senatore Pizzinato e con ammirazione, per la passionalità con cui si è espresso, l’amico Marantelli, il quale è stato il deux ex machina in questi anni... Quindi io non ho potuto fare altro che accettare con grande piacere di partecipare a questo incontro.

Tema del convegno: sport pulito e per tutti; due aspetti fondamentali dello sport, ma che contestualmente ne denunciano le difficoltà di espressione ed evidenziano la necessità di un forte recupero di valori. Cioè, la pratica sportiva non è un diritto compiuto, quindi alle istituzioni tocca definire la realizzazione di un progetto che garantisca al cittadino la fruizione appieno di questo diritto. Questo credo che sia l’elemento base del ragionamento.

Io non vorrei fare una premessa generale, vorrei entrare nello specifico e discutere di alcuni aspetti legati soprattutto alla parte formativa.

La scelta di individuare l’anno 2004 come Anno europeo dello sport esprime un riconoscimento, ma contiene anche un richiamo forte, utile a colmare una lacuna evidente e a recuperare il tempo perduto; diversamente si tratterebbe (parlo dell’Anno europeo dell’educazione attraverso lo sport) di consumare inutilmente una lodevole sollecitazione che le istituzioni hanno promosso e di rinunciare a un’occasione che si pone davanti a tutti noi.

Io ho ascoltato con grande attenzione tutte le vostre riflessioni e mi pare di non poter fare altro che condividerle. Condivido il concetto di pulizia, sia in termini medici e scientifici, sia in termini etici e morali; concetto di pulizia che continua a convincermi anche per i valori che lo sport deve trasmettere e per i quali si deve contraddistinguere.

La mia esperienza mi suggerisce di contribuire non tanto con le teorie, con l’individuazione generale di una soluzione, ma narrando a voi un’esperienza pratica, vissuta da me come amministratore. Io sono assessore da non più di dieci mesi, quindi ho potuto sviluppare alcune tematiche e ora sto promuovendo alcuni percorsi.

La definizione di un progetto è un modo pratico per esporvi la filosofia dell’Amministrazione comunale di Brescia e dell’Assessorato che ho l’onore di rappresentare. Cioè, da circa quattro anni l’Amministrazione comunale e l’Assessorato contribuiscono alla realizzazione di un progetto che era stato denominato Perseo, ma che ora non è più riconosciuto con lo stesso nome dal Ministero, per cui noi l’abbiamo ribattezzato Progetto Sport Scuola Vittoria Alata. Esso è rivolto agli alunni delle classi elementari. Ovviamente, considerando la disponibilità finanziaria dell’Amministrazione, abbiamo potuto operare nell’ambito delle classi quinte e quarte, sfiorando le terze e scendendo gradualmente per età. Parlo di scuole elementari, quindi di istituti scolastici pubblici e privati della città di Brescia. La novità assoluta di questo progetto è la sottoscrizione di un protocollo d’intesa fra le istituzioni, perché io ritengo che sia straordinariamente importante creare cooperazione fra le istituzioni. La sottoscrizione di un protocollo d’intesa nell’anno 2003 da parte dell’Assessorato è stata fondamentale perché ha visto coinvolti il CONI provinciale, la Direzione didattica, scolastica, provinciale, l’ex Provveditorato, la collega Chiara Bisleri, quindi gli operatori e le istituzioni presenti sul territorio. Già istruzione e sport credo che siano due componenti fondamentali.

Come diceva l’amico Alberto Cova (e io condivido pienamente), ci sono diversi comparti che possono essere legati allo sport, come il turismo, la sanità, la prevenzione, per una generazione che cresca in salute e che quindi possa arrivare a sessant’anni con qualche lacuna in meno, con un risparmio inevitabile di spesa per quanto riguarda la tutela dell’individuo.

Dicevo che si è ricercato il coinvolgimento delle istituzioni per rendere il progetto più corposo, per renderlo visibile all’opinione pubblica, perché spesso e volentieri i media preferiscono la grande notizia, per esempio la morte di un grande atleta, anziché promuovere un’azione di formazione.

In che cosa consiste il progetto? In pratica, l’attività curriculare viene affiancata dall’attività fisico-sportiva, che è gestita da insegnanti diplomati ISEF, segnalati proprio nell’ambito del protocollo dal CONI provinciale, quindi ognuno ha il proprio compito e il proprio obiettivo; insegnanti che colmano un vuoto programmatico, a mio avviso, ma ad avviso, da sempre, dell’Amministrazione comunale. Ciò evidenzia il diritto pieno di cittadinanza dell’attività motoria nel processo di crescita pedagogica ed educativa degli alunni.

Forse dico delle frasi fatte, ma io credo che il lavoro svolto a Brescia abbia portato davvero educazione e input alla nuova generazione, soprattutto ai giovani che frequentano la scuola elementare. Credo che le quarte e le quinte abbiano una ricettività mentale ludica e motoria importante.

Attraverso un rapporto stretto con le direzioni didattiche, quindi, che liberamente aderiscono al progetto, viene sviluppata ogni anno e monitorata mensilmente un’offerta educativa che porta i tecnici a dialogare con gli insegnanti, che spesso, mi spiace dirlo, non hanno un’educazione sportiva (e questa è una lacuna istituzionale), e a interagire con loro, implementando il programma di lavoro e gli obiettivi educativi.

E’ ovvio che il progetto si evidenzia per il suo messaggio, cioè vedere l’attività fisica come complemento naturale dell’azione pedagogica, e per la sua ambizione: rispondere all’obiettivo di educare l’alunno e di affrontare lo sport tanto da spettatore quando da fruitore. Più d’uno ha evidenziato che sport vuol dire non soltanto essere spettatori, ma anche praticare lo sport. Queste due componenti credo che si debbano sviluppare in parallelo e che possano offrire un valore aggiunto alla nuova società.

L’avvicinamento allo sport è declinato sotto forma di gioco, senza esagerazioni agonistiche, in modo propedeutico a una scelta futura più impegnata che sia libera e consapevole. Questa è la filosofia che da decenni permea il contenuto anche dei corsi di avviamento allo sport.

E vengo al secondo progetto dell’Amministrazione comunale e dell’Assessorato. Anche qui, parliamo di corsi di avviamento allo sport impostati senza drammatizzazioni, ma dando ai ragazzi dai sei ai sedici anni la possibilità di cooperare nelle istituzioni anche a tariffe calmierate, agevolate, introducendo una novità per il 2003/2004, sempre nell’ambito di un lavoro parallelo con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, il CONI, le Federazioni e anche con gli Enti di promozione sportiva.

Il Progetto Sport Scuola ha coinvolto fino ad oggi circa tremila e seicento alunni delle scuole elementari e l’obiettivo è di coprire tutto l’arco elementare. Io ho messo a disposizione duecentomila euro, nel comparto di spesa dell’Assessorato, cifra pesantissima da sopportare, visti i budget estremamente carenti. A questo proposito, ringrazio la Regione Lombardia perché c’è stato comunque un supporto (vedo l’ingegner Marengo, che ha un ruolo rilevante presso l’ente), un supporto a fondo perduto, quindi io mi auguro che il progetto possa essere implementato.

Ringrazio e non per piaggeria, ma faccio rilevare che il nostro progetto educativo e formativo non è stato recepito dalla Comunità europea. Io sono rimasto esterrefatto, soprattutto in considerazione del fatto che il Comune di Brescia si è adoperato, con tutta la procedura burocratica e la modulistica del caso, per presentare un qualcosa che a me sembrava logico finanziare e che invece è stato cassato senza commenti. Questa è l’esperienza pratica. Quindi, l’ampia esposizione del Senatore non può essere che condivisa, perché spesso, quando si entra nel pratico, si pone un problema che non è soltanto nazionale o regionale, ma è culturale ed è legato alla globalizzazione. Allora che cosa vogliamo fare? Vogliamo sterzare culturalmente? Io non pretendo che si compia una virata, perché le virate sono anche pericolose, ma un graduale cambiamento di rotta credo che culturalmente sia indispensabile, perché le nuove generazioni ne hanno bisogno, perché i giovani chiedono messaggi, chiedono servizi, quindi io penso che le istituzioni debbano rispondere, ma che debbano farlo celermente, perché di tempo non ce n’è più.


Agostino AGOSTINELLI

Grazie all’Assessore, soprattutto per averci parlato dell’esperienza da lui fatta sul suo territorio.

Come potete immaginare, avendo visto il programma, abbiamo due assenze da giustificare.

L’Assessore Pisani ci ha comunicato ieri pomeriggio di essere stato convocato a Roma per la mattinata di oggi, quindi non gli è stato possibile essere qui con noi. Il Ministro Maroni ci ha mandato un fax questa mattina; ci aveva detto di temere che la situazione dell’Alitalia non si sarebbe chiusa definitivamente prima del Consiglio dei Ministri di questa mattina, invece si è chiusa ieri sera, ma la questione deve essere affrontata ancora dal Consiglio dei Ministri, quindi, visto il suo ruolo, Maroni si scusa di non poter essere presente.

A questo punto, guadagnando semplicemente qualche minuto sull’orario previsto, io credo di poter dire che abbiamo avuto uno spaccato interessante rispetto alla legge regionale, alle posizioni nazionali, al tema del doping, alle esperienze e alle pratiche sportive in essere. Direi che questa è stata una mattinata utile, che è servita a incrociare valutazioni e obiettivi. Noi abbiamo registrato l’incontro e penso che potremo produrre un minimo di atti per documentare quello di cui abbiamo discusso questa mattina.

Adesso Daniele Marantelli ci saluta con una considerazione conclusiva. Vi dico subito che ci aspettano almeno un caffè e un pasticcino alla fine dell’incontro.

Daniele MARANTELLI - Consigliere regionale DS

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In verità, quello che vi offriamo alla fine è un prodotto inversamente proporzionale rispetto alla qualità degli interventi di stamattina, che sono stati davvero di alto livello. Per questo i ringraziamenti non sono formali, anche per la presenza di coloro che avrebbero molte cose da dire, come il Presidente del Coni e i dirigenti degli Enti di promozione che sono qui.

Io so che Maroni ha rinunciato malvolentieri ad essere presente, ma del resto la vicenda Alitalia credo meriti un’attenzione particolare. Io ieri non mi sono associato al coro dei giudizi entusiastici, perché ritengo che, se si riuscirà ad evitare il collasso della compagnia di bandiera, questo sarà un bene per il paese, però, prima di esprimere giudizi fondati, sarà utile vedere il piano industriale, per capire se, per esempio, in esso si terrà conto del fatto che il 70% del traffico di persone e merci ha origine nel Nord. Poi con Maroni ci siamo sentiti ancora stamattina e anche l’incontro di Berlusconi con il Presidente cinese ha ritardato di un’ora l’inizio del Consiglio dei Ministri, il che gli ha impedito anche solo di considerare la possibilità di venire qui nella fase finale.

Ringrazio l’ingegner Marin di essere qui. L’ingegner Marin, croce e delizia di tutti noi, ha una grande responsabilità: quella di dire dei sì e dei no, quella, scomoda, di valutare la qualità dei progetti sulla base di risorse finanziarie che non sempre permettono un atteggiamento di disponibilità. Noi, però, lo dico senza imbarazzi, gli siamo grati per la sua presenza.

Vorrei concludere con una battuta simpatica. Ieri dalle agenzie ho appreso che l’amico Assessore Pisani ha annunciato che ci saranno cinquanta milioni di euro per gli impianti, di cui undici messi a disposizione dalla Regione e quaranta dal Credito Sportivo. A parte il piccolo errore di matematica (quaranta più undici fa cinquantuno), se solo l’annuncio di un incontro come quello promosso questa mattina produce questi risultati, ciò vuol dire che quanto meno portiamo fortuna... Io non credo alle coincidenze, ma dico che portiamo fortuna. Quindi, sarà nostra premura fra quattro o cinque mesi ripetere questo incontro, anzi, faremo incontri di questo tipo ogni quattro o cinque mesi... Così Lamberti, che deve rifare la piscina, sarà entusiasta e disponibile anche a dare un contributo in questo senso. Questo voglio dirlo perché penso che tutti noi siamo consapevoli che le risorse sono quelle che sono, però noi intendiamo esercitare fino in fondo la nostra funzione di stimolo.

Noi abbiamo ritardato a presentare la legge regionale perché sapevamo fin dall’inizio della legislatura che è difficile che una legge del Consiglio venga approvata, se non c’è una proposta della Giunta (non viviamo sotto i cavoli, viviamo nella realtà); a giugno, però, quando abbiamo visto che la proposta della Giunta ritardava, abbiamo deciso di depositare il nostro provvedimento. E così anche oggi abbiamo scelto il metodo di presentare le nostre proposte in modo aperto, senza mettere lì l’ordine del giorno, la mozione... Per mettere lì un pidiellino nel quale ci si impegna a modificare la legge 26 o la 31/97 sulle visite gratuite non ci vogliono più quattro minuti, ma il problema non mi pare questo. Il problema è quello prevalente di un confronto fra idee, di un bilancio onesto da fare rispetto all’applicazione della legge, per poi vedere se ci sono le condizioni per andare a qualche correzione. Anche in Commissione Sport, per esempio, come ho già detto personalmente all’Assessore, noi abbiamo tutta l’intenzione di chiedere di esaminare il provvedimento che recentemente la Giunta ha approvato in ordine alla composizione di taluni organismi previsti dalla legge, perché riteniamo che nell’attuazione della legge si debba tenere conto fino in fondo anche dello spirito che ha animato la legge stessa.

Non aggiungo altro perché la sostanza degli obiettivi che ci eravamo proposti mi sembra che sia stata centrata. Vi ringrazio davvero di cuore per la vostra presenza. Se i meccanismi tecnologici (che io purtroppo non conosco perché sono totalmente ignorante in materia) ce lo permetteranno, produrremo anche gli atti di questo incontro.

A questo punto, vi invito a un sobrio coffee break qui nell’atrio, promettendovi però per la prossima volta, se il buongiorno si vede dal mattino, di essere più esagerati persino su questo.

Vi ringrazio.