Appassionato inauguratore di mostre e sagre, l’assessore alla Cultura Albertoni risulta quasi sempre assente al confronto e al dialogo con gli enti locali e con gli operatori del territorio lombardo, che da anni lamentano di aver perso ogni forma di interlocuzione con le strutture regionali.
Castigati nei finanziamenti, che al contrario dei prezzi dei beni di consumo non raddoppiano ma si contraggono inesorabilmente, perdendo addirittura il confronto con i contributi di 15 anni fa[1], ai soggetti pubblici e privati che si occupano di cultura non resta che accettare di buon grado il silenzio dei dirigenti e gli spiccioli elemosinati dall’alto del Pirellone: poche migliaia di euro per una stagione teatrale, per una rassegna di concerti o di incontri letterari sono cifre irrisorie, e non serve essere del mestiere per capirlo.
Di questo l’opposizione in Consiglio regionale ha più volte chiesto conto all’Assessore, per sentirsi regolarmente rispondere che le risorse diminuiscono per colpa dei limiti imposti alla spesa corrente e che l’impegno maggiore della Regione in questi anni ha riguardato gli investimenti in capitale, le ristrutturazioni, il patrimonio immobiliare.
Verrebbe da rispondere che un cinema ristrutturato serve a proiettare pellicole, prodotte da registi, recitate, girate e montate da professionisti del settore; che nei teatri rinnovati reciteranno compagnie di attori; che negli auditorium d’avanguardia ci andrà pur bene un’orchestra…Che la sostanza dell’arte e della cultura non può essere insomma scissa dai luoghi e dalle strutture in cui arte e cultura trovano spazio per essere fruite.
Inoltre, andrebbe ribadito come una parte sostanziosa degli investimenti in capitale messi in campo da Albertoni siano stati indirizzati verso progetti sulla cui evoluzione ed effettiva utilità restano forti dubbi, come la Cinecittà padana della ex Manifattura Tabacchi, che ha risucchiato cifre esorbitanti al di fuori di una seria concertazione con gli operatori del settore cinematografico; o ancora la recente vicenda del Teatro Arcimboldi, che ora passa nelle mani della Regione senza un chiaro indirizzo artistico e produttivo e senza un piano condiviso di investimenti discusso con le altre istituzioni milanesi.
Il gruppo Ds, partendo da questa consapevolezza, ha appoggiato nel corso degli anni le richieste sollevate dal mondo dello spettacolo, ed ha predisposto un progetto di legge già nella scorsa legislatura, nel quale si chiede l’istituzione di un Fondo Unico Regionale per lo Spettacolo che raccolga e razionalizzi tutte le risorse disponibili per dare ossigeno alla produzione artistica in Lombardia che ha dovuto subire, come le altre regioni d’Italia, la grave contrazione dei finanziamenti nazionali del FUS. Un progetto di legge depositato negli scorsi giorni, “Norme regionali in materia di spettacolo”, aggiunge alle proposte già elaborate nella scorsa legislatura l’impegno, da parte della Regione, di autorizzare anticipazioni di cassa dei contributi nazionali destinati agli enti lombardi.
E se la Regione è assente ai propri doveri di confronto e di sostegno alla cultura, ancor più assordante è il silenzio dell’assessorato sull’innovazione e la capacità di immaginare il futuro: nulla è stato pensato sul tema della multiculturalità, dei nuovi linguaggi e codici espressivi, dell’agevolazione ed emersione delle realtà artistiche giovanili, e nemmeno sulla più semplice contemporaneità, viva e presente in tutte le capitali europee con offerte che invogliano il turismo culturale e danno il segno di una vitalità artistica capace di proiettare i territori in quella dimensione internazionale in cui anche la Lombardia meriterebbe di stare, per la sua storia e per le sue ricchezze. L’assessorato alle culture non deve guardare solo alle culture du pays, ma individuare e cogliere quei legami inevitabili e ricchi di implicazioni che le culture, più libere degli schematismi ideologici che vogliamo imporre, instaurano e sviluppano, soprattutto in un mondo in cui si è così lontani, ma anche così vicini. È sconfortante passare in rassegna l’elenco delle pubblicazioni e dei convegni dell’assessorato regionale: le culture sono sempre locali, all’insegna di un’introversione del sangue e suolo incapace di descrivere la contemporaneità, ma anche la stessa attualità della memoria che si pretende di rappresentare. Nell’unica iniziativa in cui si parla di integrazione, si fa riferimento al dialogo intrattenuto tra la cultura lombarda e le altre regioni alpine. Un po’ poco.
Così, mentre la Campania lancia “Artecard 365 giorni”, una carta che consente per soli 40 euro l’accesso annuale ai principali siti culturali e archeologici della regione; mentre l’Emilia Romagna presenta guide turistiche rivolte ai disabili; mentre il Piemonte affronta con successo la sfida delle Olimpiadi invernali ripetendo nel giro di poche settimane l’impegnativa offerta della Notte bianca, la Regione che vorrebbe essere traino per l’Italia e motore d’Europa non riesce a proporre alcuna politica di indirizzo che sia in grado di raddrizzare le sorti di una cultura abbandonata a se stessa e di un turismo fermo da un secolo sulla medesima offerta di paesaggi lacustri, cattedrali e collezioni d’arte antica e classica che, pur continuando a rappresentare il cuore della ricchezza lombarda, non possono più permettersi di restare imbrigliate in un sistema territoriale e culturale rigido.
La diffusione di nuove forme di turismo, legata all’espansione dei sistemi aeroportuali low cost, potrebbe ad esempio essere valorizzata dall’ente regionale, che ha la capacità di pensare e organizzare un’offerta complessiva che metta in rete il sistema dei trasporti, quello culturale e quello turistico: ma non sembra che la Lombardia abbia saputo approfittare di questa importante occasione, se consideriamo che le città di Milano e di Bergamo, per il momento, contando un solo ostello (a Bergamo) e nessun tipo di capacità ricettiva ed organizzativa per i giovani che, invogliati da tariffe accessibili, raggiungono Orio al Serio. Navigando su internet, scopriremo che Milano è considerata dai giovani turisti low budget al più una tappa di passaggio per visitare il Duomo e l’Ultima Cena, prima di imbarcarsi su un treno che porti verso mete più ambite del Nord Italia (Venezia, Verona, il mar Ligure e il Piemonte) e del Centro Sud.
A conferma del ritardo lombardo nel campo delle nuove modalità di sviluppo del turismo e dalla valorizzazione del patrimonio territoriale, il dato diffuso recentemente dalla Camera di Commercio di Milano, che vede la nostra regione al di sotto della media nazionale nell’acquisto di vacanze online: solo il 24,5% delle prenotazioni in Lombardia è avvenuto via internet lo scorso anno, contro una media italiana del 30,2%.
L’identità culturale lombarda, tanto decantata da Albertoni, interessa poco perché inaccessibile, sottofinanziata, non inserita nei moderni circuiti di comunicazione e di agevolazione e priva di un indirizzo capace di dare un’impronta e una caratterizzazione riconoscibile a livello internazionale.
Prendiamo un altro esempio virtuoso, quello del Piemonte. A differenza della Lombardia, il Piemonte vanta la presenza di reali minoranze linguistiche e culturali. Il lavoro di “difesa delle identità” (in questo caso, al plurale) è stato portato avanti, dalle precedenti giunte di centrodestra, con serietà e attenzione: nel 1990 la Regione si è dotata di una propria legge di “Tutela, valorizzazione e promozione della conoscenza dell’originale patrimonio linguistico del Piemonte”, che riconosce le quattro lingue storiche presenti sul proprio territorio (piemontese, franco-provenzale, occitano e walser); parte delle competenze in materia è stata quindi trasferita alle Province in attuazione della riforma Bassanini. L’ente regionale ha quindi accolto da principio una logica ampia e di collaborazione con il territorio e con le Università in una materia a cui è riconosciuto uno spessore che va ben oltre il localismo lombardo: citiamo ad esempio il bando per un master biennale di primo livello dell’Università degli Studi di Torino, Facoltà di scienze della formazione, in “Culture locali, scuola e società, lingua, memoria, tradizioni regionali nei processi educativi e formativi”.
Altrettanto degna di nota ci sembra la modalità attraverso cui la Regione piemontese ha inteso sviluppare percorsi sulla memoria del territorio con l’esperienza degli Ecomusei, istituiti con legge nel 1995, allo scopo di “di ricostruire, testimoniare e valorizzare la memoria storica, la vita, la cultura materiale, le relazioni fra ambiente naturale ed ambiente antropizzato, le tradizioni, le attività ed il modo in cui l'insediamento tradizionale ha caratterizzato la formazione e l'evoluzione del paesaggio”. Un’esperienza maturata negli anni che ha di recente dato vita all’Archivio della Teatralità Popolare, un progetto iniziato nell’estate 2002 e che ha coinvolto i 17 Ecomusei della rete regionale istituiti prima del 2003. Due gli obiettivi principali perseguiti dal progetto: da una parte, quello di dare vita a una ricerca che documenti le feste tradizionali tipiche dei territori in cui si trovano gli ecomusei coinvolgendo le comunità locali; dall’altra, “restituire” i risultati di tale ricerca alle comunità coinvolte affinché esse possano reinterpretare e mantenere vive le proprie tradizioni. Questo lavoro mira a favorire una crescita del senso di appartenenza all’interno delle comunità cogliendo il rapporto tra tradizione e innovazione nei linguaggi e nei contenuti.
In Lombardia si è scelto un profilo diverso: al centro la nostalgia delle origini e la rappresentazione di un popolo perfettamente autoriferita, alla ricerca di un’identità spesso più rivendicata che conosciuta. Si è perso, ad esempio, il rapporto straordinario che la Lombardia ha sempre avuto con il resto del mondo, con quella città di mezzo che dà il nome a Milano, con la storia delle molteplici relazioni attraverso le quali si è formata la nostra cultura e la nostra identità e che definisce i lombardi nel mondo (anche nel significato e nella sfumatura di senso che alla parola lombardo sono associati in molte lingue).
La via della seta è una bella metafora del collegamento con l’Oriente che andrebbe forse meglio indagato, come andrebbe promosso il profilo di una regione europea intesa in senso pieno, al di là degli slogan e delle facili definizioni, per la promozione di una consapevolezza più chiara della nostra cittadinanza europea.
In alcuni casi, alla ricerca ideologicamente orientata di radici più o meno credibili, si è passati dal folk al bifolk, proprio nel momento in cui le coscienze sono interrogate da temi quali la globalizzazione, l’integrazione delle culture, la ricerca di forme di dialogo e di confronto sempre più complesse e sofisticate.
In questi anni le amministrazioni comunali e provinciali hanno dimostrato di avere progetti innovativi, di promuovere iniziative di pregio, di creare nuove occasioni per la promozione della cultura. Spesso senza alcun sostegno da parte della Regione. Si pensi a quanto sta facendo la Provincia di Milano sull’arte contemporanea (In contemporanea) e il dialogo tra le culture (il progetto della Casa delle Culture), quanto sta mettendo in campo la Provincia di Lecco per la creazione di un ecomuseo del distretto, alla mobilitazione delle realtà locali per la promozione di festival di grande successo (Mantova per la letteratura e Bergamo per la scienza), alla promozione turistica e culturale di una città come Brescia, capace di mettere in campo straordinari eventi e, al contempo, di promuovere un complessivo miglioramento delle strutture e degli spazi dedicati all’arte e alla cultura.
Una Regione dovrebbe mettere a sistema le buone pratiche, sollecitare le amministrazioni ad un confronto, proporre modelli che si sono rivelati efficaci, offrire la propria collaborazione agli enti locali. Un confronto e una collaborazione che non è possibile attendersi da Albertoni, e che i Democratici di Sinistra si impegnano a sviluppare nei prossimi mesi, per ridare alla cultura lombarda quella dignità che sembra avere perduto.
Ulteriore compito in larga misura disatteso dall’attuale governo della Regione è la promozione della centralità della cultura presso la società lombarda, come occasione di crescita economica e sociale, come miglioramento della qualità. La cultura non è un capitolo che si aggiunge ad un programma di governo, ma evidentemente lo deve ispirare profondamente, offrendo un profilo carico di senso presente alla tradizione di una Regione. Ciò contribuirebbe a sviluppare il tema delle tre ‘t’. Non quelle, pur lodevoli, di Cremona, ma quelle di Florida (tolleranza, talenti, tecnologia). A cui aggiungerne una quarta, quella di territorio, perché promozione della storia e della cultura della nostra Regione vadano di pari passo con uno sviluppo sostenibile del nostro territorio: una sua tutela che è anche, immediatamente, una sua promozione, dal punto di vista turistico, certamente, ma soprattutto per coloro che vi risiedono. Che meritano di più e di meglio.
note
[1] Alcuni dati esemplificativi: Elfo e Portaromana ricevevano nel 1990 un contributo di 50 milioni di lire ciascuno, complessivamente circa 51.000 euro; nel 2005, i due teatri associati hanno avuto un finanziamento pari a 46.000 euro; il Teatro degli Incamminati nel 1990 otteneva 40 milioni di lire, pari a 21.000 euro; nel 2005 il finanziamento è stato di 24.000 euro; Sezione Aurea di Bergamo è passata dai 10 milioni del 1990 (circa 5.100 euro) ai 7.500 euro del 2005.
Gruppo consiliare Democratici di Sinistra